lunedì, giugno 30, 2008
Questa volta forse li hanno presi con le mani nel sacco e non è per nulla facile. O meglio sarebbe facilissimo se solo le autorità di polizia mettessero un infiltrato a fare seriamente il suo lavoro in certi ambienti di campagna, dove si discute e si sperimentano le "migliori" miscele venefiche per far fuori faine, volpi, donnole e rapaci, che già di per sé è un atto criminale, oppure cani che disturbano il vicino o sono toppo bravi a scovare tartufi. Il problema dell'avvelenamento doloso di cani e gatti (ma soprattutto cani) è una piaga sociale forse ancora peggiore dell'abbandono e del conseguente randagismo. Storicamente le guardie private delle riserve di caccia (ora pomposamente chiamate aziende agrifaunistiche) sono pagate dai proprietari per distribuire equamente bocconi avvelenati e tagliole ai fini di eliminare il maggior numero possibile degli animali "nocivi" di cui sopra. Idem succede nei territori di ripopolamento, dove guai se una volpe o una faina dà fastidio a un leprotto o un fagiano.
Un tempo si usava la stricnina che, essendo diventata difficile da reperire, è stata sostituita soprattutto con potenti insetticidi che qualunque agricoltore può acquistare a litri se munito del banale "patentino", oppure con topicidi di vecchissima generazione poco costosi, ma altamente letali per cani e gatti (oltre che per volpi e rapaci ovviamente).
Personalmente ho visto centinaia di avvelenamenti, la maggior parte risolti con lavanda gastrica e terapia intensiva di lunga durata, ma quello che più mi ha sconvolto è stata la morte di un cane che conoscevo, cui ho "assistito"per telefono.
Era il beagle di un amico medico in ferie ad Orosei (Nuoro). Stava passeggiando di sera in centro, vicino a un parco pubblico, quando il cane ha emesso un ululato e ha cominciato a tremare e sbavare. Non trovando un veterinario reperibile l'amico mi chiamò sul cellulare e, mentre mi descriveva i sintomi, sapevo già che si trattava di stricnina e che se non trovava una struttura veterinaria attrezzata, nell'arco di dieci quindici minuti, Pippo sarebbe morto.
Ho seguito l'agonia del cane caricato in macchina, il trasporto veloce verso un ambulatorio che doveva essere aperto (ed era chiuso) la disperazione del mio amico e del giovane figlio, da me condivisa perché impotente di fronte alla morte che sopraggiungeva inesorabile. Il fatto che l'amico abbia poi ricevuto le scuse del sindaco ha poca importanza.
Nove persone sono indagate a Barberino del Mugello per l'avvelenamento di undici cani e due gatti. Nel corso della perquisizione a domicilio sono stati trovati undici tipi di veleni diversi, compatibili con quelli utilizzati per i bocconi avvelenati, trappole e tagliole vietate. Anche se colpevoli, impossibile finiscano in carcere (troppo bello). Spero almeno in una punizione economica esemplare per un crimine laido e vigliacco.
Tiscali news
domenica, giugno 29, 2008
MILANO, 28 giugno 2008 - L'Africa, uno dei continenti piu' colpiti dai cambiamenti climatici, si mobilita per cercare di fronteggiare l'emergenza. In prima fila la Costa d'Avorio che attraverso il Crea (Centre de recherche et de formation su l' etat en Afrique) ha organizzato a Milano una sessione del Comitato scientifico che tra ottobre e novembre prossimi organizzera' una conferenza di tutti i paesi dell'Africa occidentale ad Abidjan. In collaborazione con l'Ispi e con il patrocinio della societa' che organizza l'Expo, la conferenza avra' come obiettivo lo studio dell'impatto dei cambiamenti climatici sull' economia e sulle societa' dei paesi dell'Africa occidentale. In particolare il comitato scientifico si e' concentrato nello studio di proposte affinche' i paesi africani coinvolti adottino politiche ambientali in grado di salvaguardare l'agricoltura, a difesa delle zone costiere e della pesca e per lo sviluppo del sistema dei trasporti. ''Questa - ha spiegato Paolo Sannella, ex ambasciatore italiano in Costa d'Avorio e ora presidente del Crea - e' una politica che non puo' essere portata avanti in un solo paese. Serve il coinvolgimento dell'intera regione, quindi e' necessario il rafforzamento dell'integrazione''. Alla sessione milanese del comitato scientifico hanno partecipato tra gli altri Leon Monnet, ministro dell'energia della Costa d'Avorio; Vittorio Colizzi, direttore dell'Unesco per le biotecnologie e presidente dell'Istituto Spallanzani; Franco Pordi, direttore dell'Istituto di meteorologia e Vittorio Prodi, vicepresidente del comitato sul cambiamento climatico del Parlamento europeo.
(ANSA)
Su iniziativa del Great Ape Project
L'obiettivo della mozione è l'adesione al "Progetto grandi scimmie antropomorfe" ("Great Ape Proyect"), un'iniziativa internazionale non governativa ideata fra gli altri dai filosofi Peter Singer e Paola Cavalieri: il progetto, nato nel 1993, lotta per il riconoscimento a queste specie - che possiedono circa il 98% del patrimonio genetico in comune con l'Homo Sapiens - i diritti alla vita, alla libertà e a non essere oggetto di tortura o trattamenti degradanti.
Entro un anno, quindi, la legislazione spagnola dovrà prevedere la proibizione esplicita di sperimentazione o ricerca sui primati quando possano recare danno o sofferenza agli animali e non siano a loro vantaggio. Il governo si impegna anche a proibire la cattività delle scimmie e il loro utilizzo in spettacoli, con sanzioni in caso di commercio illegale o maltrattamenti.
In un contesto economico di crisi, con forte disoccupazione e inflazione alle stelle, l'iniziativa non tarderà a sollevare polemiche: il Partido popular (Pp, centrodestra), che critica quotidianamente il governo Zapatero accusandolo di "inerzia" di fronte alla frenata dell'economia, ha negato sostegno ad alcune parti della mozione, come quella in cui si equiparano le grandi scimmie agli uomini rispetto ad alcuni diritti. "Non è nè serio nè pertinente", hanno argomentato i responsabili del Pp nella commissione Ambiente, che ha approvato la mozione. I Popolari hanno peró appoggiato le parti della proposta che si riferiscono alla lotta contro l'estinzione delle specie a rischio.
(Apcom)
sabato, giugno 28, 2008
Il Commissario per l'Ambiente dell'UE chiede maggior supporto per sviluppare test alternativi che non prevedano l’uso di animali
Da un comunicato che l’OIPA ha ricevuto dell'Eurogroup for animal welfare, col quale siamo in contatto, abbiamo appreso che il Commissario europeo per l'Ambiente Stavros Dimas si è impegnato a rafforzare il ruolo del Centro Europeo per la Validazione dei Metodi Alternativi (ECVAM) per fare in modo di sviluppare un maggior numero di metodi alternativi alla sperimentazione animale. Il Commissario ha fatto questa dichiarazione durante una conferenza che si è tenuta a Strasburgo, il 17 giugno, in cui si è discusso della revisione della direttiva EC/86/609 sulla sperimentazione animale, all'interno di un gruppo di lavoro dell'Intergruppo sulla protezione degli animali del Parlamento Europeo.
Dimas, durante il suo intervento ha detto che la Commissione riconosce come una chiara priorità la sostituzione degli animali nella sperimentazione con metodi alternativi ed ha aggiunto: "Per quanto riguarda la validazione, il ruolo dell'ECVAM dev'essere rafforzato. Questo significherà affiancare il suo lavoro con quello di altri team del “Joint Research Centre” (JRC) e sviluppare una strategia di test che integri altre attività complementari dell'Istituto per la Salute e la Protezione dei Consumatori, al fine di rendere più efficaci i test per la valutazione del rischio. La revisione proposta della Direttiva 86/906 intende aggiungere risorse nuove a questa importante attività".
Stavros Dimas ha dichiarato che si sta personalmente impegnando affinché la proposta venga adottata prima della pausa estiva. Ha aggiunto che la proposta includerà anche una nuova normativa sull'uso dei primati non umani. I parlamentari europei hanno chiesto che questa pratica venga abolita.
Ha dichiarato Dimas: "La questione relativa all'uso dei primati non umani, e delle grandi scimmie in particolare, è stata presa in considerazione molto seriamente. Stiamo mirando ad una proposta particolarmente ambiziosa a tale riguardo".
Nel frattempo, membri del Parlamento Europeo presenti alla riunione gli hanno chiesto di fare ancora di più. Neil Parish, Presidente dell'Intergruppo Parlamentare, ha dichiarato: "Vogliamo raggiungere obiettivi ambiziosi, vogliamo ridurre nettamente l'uso di animali usati nella sperimentazione".
OIPA International Campaigns Director
Il maiale, dal prato alla nostra tavola
(di Alan Adler)
(Jeffrey Moussaieff Masson, Il maiale che cantava alla luna)
Il maiale come animale
I maiali sono animali quasi del tutto notturni, e buoni nuotatori.

Per capire le necessità di questo animale, bisogna fare riferimento al cinghiale (o maiale selvatico eurasiatico), progenitore della stragrande maggioranza dei suini domestici.
Un maiale lasciato libero, infatti, rinselvatichisce immediatamente senza problemi di riadattamento, ed anche la propria morfologia subisce mutazioni in tempi sorprendenti, riassumendo i caratteri del progenitore.
Come notò Darwin: «Nelle Indie Occidentali, nell’America del Sud e nelle isole Falkland, dove questi animali sono allo stato di libertà, essi hanno dovunque ripreso il pelame oscuro, le setole grosse e le zanne del cinghiale; i giovani vestono la livrea del cinghialetto».
Come noi, e come i cani, i maiali sono animali socievoli. Se lasciati liberi, i maiali gironzolano ed esplorano per tutto il giorno il territorio con i propri simili. Amano grufolare (cioè frugare con il muso nel terreno alla ricerca di tuberi) ed esplorare immersi in territori ricchi e stimolanti, come fa il cinghiale in libertà. In molte regioni italiane questa sua attitudine viene sfruttata in modo originale: grazie al suo sviluppatissimo fiuto e ad un particolare addestramento, viene utilizzato per la ricerca dei tartufi, in sostituzione del piu’ tradizionale impiego del cane.
I maiali sanno riconoscere il proprio nome e, sempre come i cani, scodinzolano quando sono felici. Ma al contrario del cane, il maiale non sembra avere un periodo critico oltre il quale non può più essere socializzato, e se trattato con affetto anche un maiale adulto può benissimo diventare amichevole quanto un cane che ha da sempre vissuto in famiglia sin da cucciolo. I maiali spesso vengono alimentati con gli scarti, ma in realtà hanno un palato molto raffinato, tanto da preferire un dolce ad una sana verdura. Allo stato selvatico, il 90% della sua dieta è di natura vegetale e consiste in frutta, semi, radici e tuberi.

Come noi, evitano le alte temperature: poiché sono dotati di ghiandole sudoripare solo sul naso, è essenziale che non si surriscaldino. L’acqua non è sufficiente a rinfrescarli, perché evapora troppo in fretta, mentre il fango ha un effetto più duraturo. Ecco perché i maiali, come anche gli elefanti, hanno bisogno di rotolarsi nel fango, che inoltre protegge la loro delicata pelle dalle scottature del sole, come pure dalle mosche e da altri parassiti. Dunque i maiali non sono sporchi. Anzi, è vero il contrario: un maiale non defecherà mai nella zona dove dorme o mangia, lo ritiene insopportabile, proprio come un cane. In mancanza di fango, il maiale scava delle fosse, nel già fresco sottobosco, in cerca di umidità.
Allo stato brado, una scrofa che si prepara a partorire, spesso costruisce un nido protettivo alto fino a un metro. Le femmine imbottiscono questi giacigli con piccole quantità d’erba trasportata con la bocca e a volte riescono perfino a costruire una tettoia di rami, una struttura sicura e accogliente simile a una casa. Appena nati, i maialini selvatici sono striati a scopo mimetico, con sfumature del manto che richiamano il gioco di luci e ombre del sottobosco. I canini e gli incisivi affilati di cui i maialini sono provvisti alla nascita sono giustamente chiamati denti a spillo. Entro quarantott’ore dalla nascita, la nidiata stabilisce un ordine per la poppata, e da quel momento ogni piccolo succhia solo dal “proprio” capezzolo. Se glielo si permette, i maialini vengono allattati anche per tredici settimane, e in certi casi anche più a lungo. I giovani suinetti amano particolarmente giocare: si inseguono, fanno la lotta, rotolano lungo i pendii e si impegnano in un ampio repertorio di attività divertenti.
Il maiale come cibo
La carne di un maiale è quella che più somiglia alla carne umana, cosa piuttosto sconcertante se si pensa a quanto è apprezzato da chi lo mangia. Il maiale, dopo essere stato ucciso, eviscerato e tagliato a pezzi, lo ritroviamo sulle nostre tavole sotto forma di numerose denominazioni, a seconda di quale parte del suo corpo ci stiamo preparando a consumare e di come tali parti vengono trasformate: cotechino, zampone, salame, prosciutto cotto e crudo, mortadella, wurstel, pancetta, lonza, braciola, zampone, strutto, salsiccia e altri prodotti.
Negli allevamenti intensivi i maiali non vedranno mai la luce del sole.

Le scrofe negli allevamenti sono usate come animali da riproduzione. Sempre più spesso viene praticata inseminazione artificiale. Altrimenti si attua la cosiddetta “monta controllata”: a tale scopo vengono usate delle particolari strutture dalla forma allungata, denominate “travaglio”, in cui la scrofa viene immobilizzata e il verro (il maschio scelto per la riproduzione) viene fatto entrare nel retro. Spesso la scrofa, a distanza di qualche ora, viene forzata ad un secondo “accoppiamento” con un verro diverso, in quanto ciò aumenta il numero di porcellini da destinare al macello.
Le scrofe vivono all’interno di piccoli box collettivi con pavimento cementato. Con la gravidanza vengono inserite in gabbie metalliche dette di gestazione, larghe 60 centimetri, dove non hanno la possibilità di compiere alcun movimento, compreso quello di ruotare su sé stesse. Possono solo alzarsi per alimentarsi o giacere a terra. Rimarranno in queste gabbie per quattro mesi. Incapaci di muoversi, diventano pesantissime (è questo lo scopo naturalmente) e soggette a zoppia.
Pochi giorni prima del parto, vengono trasferite in speciali gabbie metalliche dette da parto, fasciate da una serie di tubi che permettono solo, ai piccoli, una volta nati, di potersi nutrire dalle mammelle. In queste gabbie le scrofe, dove sono impedite in qualsiasi movimento, trascorrono tre o quattro settimane, fino a quando i piccoli nati non vengono trasferiti in altri box. Dopodiché le scrofe possono essere reinserite nel ciclo di allevamento e rese nuovamente gravide una o due settimane più tardi.
Solo trent’anni fa una scrofa in allevamento intensivo era in grado di produrre 13 suinetti all’anno. Oggi si arriva a 22, in alcuni casi anche a 28. Dal punto di vista psicologico queste scrofe diventano “nevrotiche” (come le definiscono gli allevatori): mordono le sbarre dei box per ore, siedono in posizione simile a quella dei cani, ma con aria inebetita, mostrando tutti i segni del dolore per la perdita dei piccoli. Dopo 2 anni di questa vita, anch’esse finiscono al macello.
Ai maialini, a pochi giorni dalla nascita, le code e le orecchie vengono amputate, i denti tagliati (pratica che può causare la frantumazione degli stessi e gravi infezioni), i testicoli strappati.

Queste “operazioni” servono per controllare episodi di aggressività dovuti all’eccessivo stress una volta che saranno immessi nell’allevamento (i maiali tenteranno di mordersi la coda e le orecchie e di aggredire i propri compagni a morsi). La castrazione, oltre a rendere l’animale meno aggressivo, è “necessaria” per evitare uno spiacevole sapore nella carne, in particolare per la produzione di prosciutti, stando ai gusti dei consumatori più raffinati.
Queste operazioni dovrebbero essere eseguite da uno specialista, ma per ovvi motivi economici (si tratta di numerosissimi animali da “lavorare” ogni giorno) vengono svolte da semplici operai, senza alcuna competenza veterinaria, e senza ricorrere ad alcuna anestesia, ovviamente. I suinetti durante l’”operazione” strillano terribilmente, sia per la paura che per l’intenso dolore.

I piccoli, dopo essere stati allontanati dalle madri quando hanno tre o quattro settimane, vengono messi in gabbie metalliche dette di svezzamento, fino a raggiungere, a 55 giorni di età, il peso approssimativo di 20 chili.
Un’ulteriore fase di crescita porta gli animali, divisi per gruppi e sistemati in appositi box, fino a 50 chili.
All’età di circa tre mesi vengono trasferiti in reparti di accrescimento e ingrasso, all’interno di piccoli box in cemento, in gruppi di 10-20 individui.
Si crea così una situazione molto disagiata ed innaturale per questi animali che amano muoversi ed esplorare, ed inoltre il sovraffollamento rende impossibile agli individui più sottomessi di tenersi distanti dai soggetti dominanti e più aggressivi.
In questi capannoni, d’estate il caldo diventa insopportabile. I maiali, non potendo disporre né di fango in cui rotolarsi né di fosse da scavare, sono costretti ad attuare un sistema particolare. Normalmente esiste nei box una griglia che permette la raccolta delle feci in un recipiente sottostante. In estate gli animali evitano di utilizzare la griglia , ma defecano sul cemento: in questo modo creano un pantano dove potersi rotolare nelle giornate più calde. E’ l’unica soluzione che hanno a disposizione per combattere il caldo insopportabile per loro estenuante, nonostante questo comportamento sia incompatibile con la loro natura e crei forte disagio all’animale.
Le condizioni igieniche precarie sono testimoniate dal pessimo odore che emanano gli allevamenti di suini. Feci, urine e scarti di cibo emanano, oltre all’odore, ammoniaca e altri gas, che rendono difficile la respirazione agli animali, rovinando il loro apparato respiratorio con conseguenti irritazioni e infezioni interne. Negli allevamenti i maiali sono inoltre soggetti ad ogni genere di malattia: artriti dovute all’immobilità, infezioni da salmonella, gastroenteriti epidemiche, parvovirosi suina (ppv, l’infezione più comune) e altre la cui natura è ancora da determinare con certezza, come la pirs e il morbo blu. È quindi necessaria una continua e massiccia somministrazione di farmaci. Inoltre nell’allevamento i maiali vengono costantemente mantenuti in semioscurità, in modo che non possano fare altro che mangiare durante tutto il giorno.

Le manifestazioni di sofferenza sono facilmente individuabili in comportamenti stereotipati (mordono o leccano per ore le sbarre), di apatia (giacciono a terra con espressione vuota) o di aggressività (attacchi incontrollati ai propri compagni).
Per controllare lo stress, piuttosto che rimuovere le cause (le condizioni innaturali di vita) si preferisce soffocare la reazione con forti dosi di sedativi o rimediando mettendo dentro i box vecchi copertoni su cui i maiali sfogano il loro nervosismo (similmente a quanto avviene nelle celle di cura per i malati di mente con le pareti rivestite in materiale morbido).
Maggiore è il peso che si vuole far raggiungere all’animale, più tempo questo rimarrà nel box: un “suino leggero” pesa 100-110 chili, un “suino pesante” 140-160 chili. Ma possono arrivare anche a 200 chili ad un anno di età. Vengono ingrassati fino al punto di avere difficoltà a muoversi. Quando raggiungono il “peso di macellazione” vengono uccisi, di solito dopo 6 mesi di vita, cioè ancora giovanissimi.
Per i suini, il momento dell’uccisione è particolarmente penoso. Gli animali, prima di essere uccisi, devono essere storditi. La legge prevede, a tal fine, l’uso del proiettile captivo, che penetra nella corteccia cerebrale dell’animale e poi riesce, sparato da una pistola pneumatica. Ma a causa della rapidità delle linee di macellazione (ben più di 1000 suini in una mattinata), spesso gli animali non sono storditi in maniera corretta, e quindi vengono sgozzati, e poi gettati nelle vasche di acqua bollente, ancora coscienti. Infatti, quando se ne esaminano i polmoni dopo la morte, spesso si vede che contengono sia sangue che acqua, il che dimostra che gli animali erano ancora vivi e hanno respirato acqua bollente mentre annegavano nelle vasche.
In Italia si stimano circa 17 milioni di suini allevati in un anno. Centodiciotto milioni in Europa. Un miliardo in tutto il mondo. In natura questi animali vivrebbero circa 18 anni. In un allevamento vivono solo 6 mesi. Le scrofe due anni, come detto, ma difficilmente questo può rappresentare un vantaggio, dato le condizioni terribili di vita in cui sono costrette.
Riccardo B.
giovedì, giugno 26, 2008
Contesa animalisti-Governo
26 giugno 2008 - Meno famosa della caccia che si svolge ogni anno tra marzo e aprile in Canada, ma altrettanto crudele: dal 1 luglio in Namibia inizierà l'annuale mattanza delle foche che si concluderà solo il 15 novembre. In questo periodo i cacciatori potranno uccidere fino a 86mila esemplari, seimila adulti e 80mila cuccioli. Cifre inferiori solo a quelle canadesi.
Moses Maurihungirire, dirigente al ministero della Pesca e delle Risorse Marine, sostiene che le colonie locali di foche godono di buona salute benché l'Unione della Conservazione della Natura si ostini a inserirle nella lista degli animali a rischio. Secondo il governo della Namibia, le foche consumano 900mila tonnellate di pesce all'anno mettendo e perciò mettono in difficoltà l'industria ittica.
(AP)
mercoledì, giugno 25, 2008
Monsanto brevetta le sementi per il «global warming»
di Maurizio Blondet
Il Salame, dopotutto, non è solo un Salame. Ha appena detto che, dati i rincari alimentari, è venuto il momento di seminare OGM: apparentemente una pura idiozia, dato che le sementi modificate non aumentano i raccolti. Ma forse, Berlusconi era ben informato di quel che si prepara nei laboratori di Frankenstein.
Le grandi firme del business genetico - Monsanto, Bayer, BASF, Syngenta & Co. - hanno depositato insieme ben 532 brevetti di sequenze genetiche «che favoriscono l’adattamento ai cambiamenti climatici» delle piante. Il 49% di questi brevetti sono di due sole ditte, Monsanto e BASF: le stesse mega-corporation che nel maggio 2007 hanno stretto fra loro un accordo di ricerca per sviluppare sementi resistenti a condizioni climatiche estreme, desertificazione, tropicalizzazione, alluvioni, salinità crescente dei suoli. I due colossi ci spendono 1,5 miliardi di dollari.
«Il più grande accordo privato di ricerca mai stipulato», commenta ETC Group, il gruppo di ricerca indipendente canadese che ha denunciato l’accordo (1). Vuol dire che intendono guadagnarci dieci volte tanto. O cento.
«Si concentrano sui geni ‘climatici’ perchè per loro è una occasione d’oro per spingere gli OGM come soluzione al problema del clima», scrive ETC: «Queste tecniche proprietarie finiranno per concentrare il potere della corporations, aumentare i costi, inibire la ricerca indipendente e minacciare il diritto dei coltivatori a farsi le proprie sementi e a scambiarsele».
In altre parole: questa direzione di ricerca così titanicamente finanziata è intesa ad imporre il modello agro-industriale anche nel nuovo clima, proprio mentre la comunità degli agronomi sostiene che, per far fronte ai cambiamenti climatici, la soluzione è il sostegno ai piccoli coltivatori e all’agricoltura autarchica da autoconsumo.
Nell’aprile scorso, un rapporto ONU scritto da scienziati della coltivazione aveva consigliato appunto la seconda soluzione, a misura umana, citando anche vari esempi in cui l’agronomia classica (non ingegneristica) è riuscita a selezionare dei risi che crescono in condizioni di estrema aridità.
Monsanto e le altre si affannano a brevettare praticamente tutte le varietà naturali anche allo scopo di sbarrare il passo alla ricerca da parte di organismi pubblici e ai contadini che, in tante parti del mondo, già da secoli usano sementi adatte al clima estremo.
«Se le compagnie multinazionali controllano i geni-chiave della resistenza alla aridità in culture transgeniche», scrive ETC, «i ricercatori pubblici saranno accusati di violare i diritti di proprietà».
Infine, la creazione di piante geneticamente modificate resistenti a climi estremi solleva molti problemi scientifici ancora non risolti: il gene introdotto per resistere alla mancanza d’acqua può - come sanno gli scienziati del settore - dare alla pianta anche altre caratteristiche, impreviste. E’ il fenomeno biologico detto «pleiotropia».
Niente da fare: è cominciata la colossale opera di marketing e di lobby per «vendere» la soluzione transgenica al «global warming». Con la distribuzione di grandi mazzette, pardon «contributi alla ricerca», per coinvolgere e tacitare i laboratori pubblici di ricerca più grossi, come il Cimmyt (Centro internazionale di miglioramento del mais e del frumento) e il CGIAR (Gruppo consultivo internazionale di ricerca agricola).
Per esempio, il Cimmyt ha ricevuto 47 milioni di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation
(il miliardario monopolista di Microsoft) per diffondere gli OGM in Africa. E i Paesi africani si sono visti imporre da USA e Brasile l’obbligo di adottare alberi transgenici (con il pretesto di ricavarne biocarburanti da cellulosa) alla Conferenza per la biodiversità tenutasi a Bonn il 30 maggio scorso. Gli africani volevano una moratoria, per capire l’effetto che questi alberi avranno sull’ecosistema. Niente: devono piantarli, e zitti. E il tutto, in nome della «biodiversità». Evidentemente, gli organizzatori saranno stati «finanziati».
Non manca la grancassa pubblicitaria per il promettente business. In coincidenza con la conferenza FAO per l’alimentazione e l’agricoltura di Roma, Monsanto, dalla sua sede di Saint Louis - ha emanato un altisonante «impegno in tre punti».
La Monsanto si impegna a «raddoppiare la produttività di mais. Soya e cotone nel 2030», a «sviluppare sementi che ridurranno di un terzo le risorse d’acqua e fertilizzanti richieste»,
e «migliorare la vita dei contadini, fra cui cinque milioni dei più poveri, entro il 2020».
I contadini che ci hanno avuto a che fare lo sanno bene:
Nei prossimi mesi, fate attenzione a quanti giornali ripeteranno quelle frasi dettate da Saint Louis. Berlusconi, lui, s’è portato avanti: ha fatto il suo spot per Monsanto prima di tutti.Forse crede che
1) «Patenting the climate genes and capturing the climate agenda», ETC, maggio-giugno 2008. ETC sta per Action Group on Erosion, Technology and Concentration.
2) Per conoscere i metodi intimidatori praticati da Monsanto, sarà utile leggere «Monsanto’s harvest of fear», di Donald Barlett e James Steele, pubblicato su Vanity Fair il maggio 2008. «Monsanto already dominates America’s food chain with its genetically modified seeds. Now it has targeted milk production. Just as frightening as the corporation tactics - ruthless legal battles against small farmers - is its decade long history of toxic contamination». La Monsanto è dominata dalla famiglia ebraica Shapiro.
www.effedieffe.com/content/view/3509
25 giugno 2008 - Vi sentite osservati? Niente paura: questo non è un occhio vero, ma una delle due macchie circolari, dette “ocelli”, che adornano le ali della farfalla gufo (Caligo memnon), diffusa in Sud America. Per alcuni esperti queste chiazze servirebbero a spaventare lucertole e piccoli uccelli, che sono ghiotti di questo lepidottero. Vista a “testa in giù” infatti, questa farfalla forma con le ali una figura che ricorda la faccia di un più temibile gufo.
Ma non tutti sono d’accordo: altri studiosi pensano che i finti occhi siano un trucchetto per limitare i danni di un eventuale attacco dei predatori. Questi ultimi potrebbero essere attratti dalle ali che anche se danneggiate permettono comunque all'animale di vivere. Un modo per distogliere i predatori dal vero punto debole: l'addome.
www.focus.it
martedì, giugno 24, 2008
Allevamenti di galline "a terra": non sono "senza crudeltà"
I risultati di una investigazione di Hillside Sanctuary negli allevamenti inglesi di galline ovaiole allevate a terra.
23/06/2008 - L'abbiamo gia' detto piu' volte: credere che comprando "uova di galline allevate a terra" anziche' in batteria si risparmino sofferenze alle galline e' solo una pia illusione, e insistere a indurre i consumatori a comprare uova "free-range" fa decisamente piu' male che bene alle galline.
Lo dimostra per l'ennesima volta una investigazione effettuata dall'associazione inglese Hillside Sanctuary, che ha visitato 20 allevamenti tra quelli "approvati" come "allevamenti di galline libere" dalla RSPCA (un'associazione di protezione degli animali del Regno Unito). Parliamo del Regno Unito, quindi una nazione dove il rispetto per gli animali e' maggiore che in qualsiasi altro paese d'Europa. Ebbene, anche li', come gia' spiegato nell'analogo caso della investigazione sugli allevamenti di maiali (vedi Condizioni pietose negli allevamenti di suini), le realta' degli allevamenti e' ben diversa da quella descritta nella pubblicita'.
In 7 casi su 20, quindi piu' di un terzo, gli investigatori di Hillside hanno trovato gli animali in condizioni atroci, come dimostrano le foto che vedete in questa pagina.
Alla fine, quel che l'associazione ha concluso, pur avendo invece sostenuto in passato l'opportunita' degli allevamenti a terra piuttosto che nelle gabbie in batteria, e' che non esistono prodotti di orgine animale che possano essere ottenuti "senza crudelta'". Negli anni, durante varie investigazioni, i volontari dell'associazione sono stati testmoni della sofferenza, fisica e psicologica, che gli animali devono subire perche' vengano prodotti carne, pesce, latte e latticini, uova. Anche nei rari casi - ma, tenetelo a mente, sono RARI - in cui le galline ovaiole siano allevate in relativa liberta', rimane la fine che queste galline fanno, sempre e comunque, da qualsiasi allevamento provengano. La loro fine e' il macello, a due anni di eta', per produrre "carne di seconda scelta" (per i dadi, il brodo, ecc.) ed e' la stessa fine atroce che tocca a tutti gli animali.
Solo diminuire i consumi puo' fare cambiare le cose
Ribadiamo dunque quello che abbiamo detto gia' piu' volte: per salvare animali e risparmiare loro sofferenza e morte non basta scegliere un tipo di allevamento piuttosto che un altro, non serve a nulla se la quantita' di "cibi animali" consumati rimane la stessa.
Non serve perche' il numero di animali uccisi rimane uguale.
Non serve perche' e' impossibile che i metodi di allevamento cambino davvero se non dimunuisce la richiesta di prodotti animali: i continui slittamenti di ogni normativa "a tutela" degli animali d'allevamento lo dimostrano. Allo stesso modo in cui lo dimostrano i tanti casi di illegalita' (nei trasporti, negli allevamenti, nei macelli) che non si possono arginare a causa dei controlli troppo poco numerosi. Come si potra' mai sperare di tenere sotto controllo la situazione se il numero di animali allevati continua a rimanere sempre lo stesso, o aumenta? Solo con una diminuzione sara' possibile sperare di andare, passo-passo, verso una situzione migliore!
Se volete davvero fare qualcosa per far cambiare in meglio le condizioni degli animali, dovete come minimo diminuire i consumi, per far diminuire il numero di animali allevati.
A noi farebbe piacere che questa diminuzione fosse del 100%, e' chiaro. Ma anche una diminuzione del 50% e' un primo passo verso la soluzione del problema. Cambiare tipo di uova acquistate, e consumarne sempre la stessa quantita', non salva animali, non fa cambiare le leggi, non fa diminuire gli abusi. Serve a mettere a posto la coscienza e far dimenticare il problema. Che continuera' pero' ad esistere.
Fonte: Notiziario di Hillside Animal Sanctuary, Primavera 2008
www.agireora.org
Appello della rock star
24 giugno 2008 - Per Paul McCartney, c'e' un modo semplice per contribuire alla lotta contro le emissioni di anidride carbonica che causano i mutamenti climatici: mangiare vegetariano tutti i lunedi'.
Secondo l'ex Beatle, intervistato dalla rivista del settore alimentare The Grocer, evitare la carne un giorno alla settimana e' un'abitudine gia' molto diffusa in Australia, dove i consumatori sono consapevoli dell'impatto ambientale degli allevamenti di animali di carne.
''Molta gente va in palestra il lunedi' - spiega il musicista, da molti anni vegetariano militante - Con i lunedi' senza carne, e' un po' come l'abitudine della palestra, e in piu' si aiuta il pianeta''. Per Paul, se proprio non si puo' rinunciare del tutto alla carne, eliminarla per un giorno e' gia' un passo avanti.
''Una delle conclusioni piu' significative dell'ultimo rapporto Onu sui cambiamenti climatici, e' che dovremmo mangiare meno carne. Non e' la Societa' Vegetariana a dirlo, ma l'Onu'', ha ricordato.
(ANSA)
lunedì, giugno 23, 2008
Non ce ne sono più di cento
23 giugno 2008 - Americani e iraniani si lasciano per una volta alle spalle le diatribe sul controverso programma nucleare di Ahmadinejad, e si trovano a lavorare insieme per un obiettivo comune. Tutto merito di un ghepardo. Esperti di fauna selvatica iraniani e occidentali hanno infatti unito le forze per salvare il ghepardo asiatico dall'estinzione. Attualmente gli esemplari di questo elegante felino rimasti in giro per i deserti dell'Iran centrale oscillano tra i 50 e i 100, e ora il Dipartimento dell'Ambiente iraniano ha fatto squadra con la United Nations Development Programme (UNDP) per mantenerli in vita ed evitare che scompaiano per sempre. I ricercatori coinvolti nel progetto, che ha trovato spazio sulle pagine del quotidiano londinese The Times, sostengono che gli animali, noti anche come ghepardi iraniani, una volta si muovevano tra la penisola arabica e l'India, ricca di zone aride dall'aspro paesaggio. Dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e' stata data loro la caccia insieme alle prede principali, le gazzelle, facendo si' che il numero di esemplari diventasse pericolosamente basso. La rivoluzione ha anche fatto si' che gli Stati Uniti cessassero i legami con la Repubblica islamica. Ma nel 2001 l'UNDP ha lanciato una campagna da 750mila dollari con il dipartimento per l'Ambiente iraniano e la collaborazione finanziaria della Zoological Society di Londra e dell' organizzazione Usa Wildlife Conservation Society.
Le principali minacce per il ghepardo asiatico sono la distruzione degli habitat naturali, la perdita delle specie preda e l'uccisione diretta da parte degli esseri umani. Il fragile habitat semi-arido dei ghepardi e' stato degradato e in molti posti si sta tornando al deserto. Circa il 96% dell' habitat dell'Iran e' stato alterato dall'agricoltura diffusa, le industrie, gli insediamenti umani, l'estrazione mineraria e le infrastrutture. Il lavoro di preservazione ha finora stabilito misure anti-bracconaggio, e stabilito nuovi livelli di guardia per stabilizzare la popolazione. L'anno scorso gli esperti hanno rinnovato il loro impegno, cercando di intrappolare fino a otto animali e tenerli con speciali collari. Finora solo due ghepardi sono stati catturati. Uno di loro e' stato ucciso in seguito da un leopardo in una lotta per il cibo. Houman Jowkar, iraniano, biologo e field director della Wildlife Conservation Society (WCS) a Yazd, rimane tuttavia tranquillo. Il programma - ha detto - sta gia' mostrando segni di successo. ''Conosciamo meglio la zona, conosciamo l'habitat migliore e, probabilmente, siamo in grado di catturare piu' ghepardi - ha aggiunto -.
Dobbiamo fare qualcosa di urgente per salvarli. Si tratta di un tesoro nazionale ''. Peter Zahler, un altro funzionario della WCS, si spinge oltre, suggerendo che il comune sforzo per salvare i ghepardi potrebbe essere una scintilla per la diplomazia: ''In realta', l'impegno in queste attivita' ha una lunga storia nel processo di avvicinamento tra i popoli che sono altrimenti in contrasto su determinate questioni, per trovarsi poi magari a un tavolo di discussione in cui sono tutti d' accordo''.
(ANSA)
domenica, giugno 22, 2008
I tassi sono il volto della campagna del Galles: inoffensivi, unici ed amati dalla popolazione.
Purtroppo stanno per affrontare la loro più grande minaccia: l’industria casearia.
I tassi vengono accusati, da parte degli allevatori del bestiame, di essere colpevoli della diffusione della tubercolosi bovina. Ma i veri colpevoli sono le pratiche intensive di allevamento delle mucche da latte, le quali affrontano numerose infezioni e raramente vivono oltre 5 anni.
Un’indagine indipendente, condotta da importanti scienziati (Independent Science Group - ISG), ha concluso che: “L’uccisione dei tassi non può contribuire a controllare la tubercolosi nel bestiame”.
Hilary Benn, Segretario di Stato del Dipartimento per l’Ambiente, ha reso noto che ogni decisione sulla vicenda, sarà presa considerando cosa pensa l’opinione pubblica.
Siamo in un momento critico, il giorno della decisione finale sta per arrivare: nelle prossime settimane ci sarà il verdetto ufficiale.
Molti allevatori accusano i tassi di trasmettere la malattia al bestiame e hanno fatto lunghe campagne per chiedere lo sterminio degli animali. L’opinione pubblica e gli esperti, al contrario, non sono dalla loro parte. Le consultazioni hanno rivelato che l’opinione pubblica non sostiene le uccisioni.
Per favore manda una mail, sostieni i tassi ed esprimi la tua contrarietà alle soppressioni di massa. Il tuo sostegno agli animali, può fare la differenza, per il loro futuro, abbiamo ancora tempo per ribadire il nostro “no” alle uccisioni.
Simulazione didattica in medicina: un'esperienza all'Università di Padova
Tecnologie avanzate, e non inutili, obsoleti, non etici e illegali test didattici su animali.
21/06/2008 - Simulando s'impara. Lo sanno bene alla Clinica di Anestesia e Medicina Intensiva del Dipartimento di Farmacologia ed Anestesiologia dell'Università di Padova, dove dal 2007 è attiva l'Unità di Simulazione Avanzata SimulARTI (Simulazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva), una tra le più moderne in Italia.
L'unità è nata grazie all'impegno di due docenti del Dipartimento, il Prof. Giampietro Giron e il Prof. Carlo Ori, per addestrare i professionisti dell'anestesiologia e della medicina di emergenza ad affrontare svariate situazioni critiche con le tecniche più efficaci, riducendo il rischio clinico per il paziente.
Tra gli strumenti di cui dispone l'Unità di Simulazione Avanzata spicca lo Human Patient Simulator (HPS), un manichino animato di ultima generazione prodotto dall'azienda statunitense METI, l'unico attualmente presente in Italia.
HPS è in grado di imitare in maniera estremamente realistica le reazioni fisiche e fisiologiche di un paziente vero, grazie a un software interattivo basato su sofisticati modelli matematici, che simula in tempo reale la risposta cardiovascolare, respiratoria, neurologica e farmacologica di un organismo umano. Le apparecchiature collegate al manichino registrano in ogni istante le sue reazioni e le conseguenze dell'intervento medico simulato. In questo modo il personale sanitario può osservare immediatamente la risposta clinica alle proprie operazioni e imparare a correggere eventuali errori. Tutte le simulazioni didattiche vengono registrate da una telecamera e possono essere riproposte e analizzate dai medici durante lezioni frontali e discussioni di gruppo.
HPS si comporta proprio come un uomo: piange e si lamenta in risposta a un dolore, muove gli occhi, li chiude e li riapre al risveglio da un'anestesia virtuale, gli si può misurare la pressione e il battito cardiaco. La sua cassa toracica si alza e si abbassa a ogni respiro, il battito del cuore può venire alterato per simulare un'aritmia e nelle sue vene scorre un liquido simile al sangue. E' in grado di riconoscere numerosi tipi di farmaci che gli vengono iniettati, distinguendone concentrazione e dosaggio, e di rispondere alla loro somministrazione permettendo ai medici di valutarne l'idoneità.
Questo tipo di addestramento è certamente molto più adeguato alla formazione dei medici rispetto alle simulazioni su animali compiute in passato, e che qualcuno ancora si ostina a compiere, nonostante sia di fatto illegale. Infatti la legge italiana 116/1992 consente l'uso di animali nella didattica solo previa autorizzazione del Ministero della Salute, che può essere concessa solo in caso di "inderogabile necessità", il che però non si può mai verificare, perché esistono numerosi metodi didattici senza animali, anche se meno sofisticati di quello qui descritto.
Oltre ad essere illegali, i metodi che fanno uso di animali sono piuttosto grezzi, e inutili: la fisiologia dell'uomo differisce significativamente da quella di altre specie animali, così come sono diverse le patologie dalle quali l'uomo è affetto.
Molti fattori, inoltre, possono condizionare la risposta del malato a un determinato intervento. Per questo HPS mette a disposizione diversi profili predefiniti di paziente, che si possono modificare per sesso, età, etnia, condizioni fisiologiche e patologiche. Può simulare oltre 70 scenari clinici preimpostati e permette ai medici di riprodurre anche i più rari e inconsueti, cosa sicuramente impossibile durante le esercitazioni didattiche su animali.
Grazie all'Unità di Simulazione Avanzata, all'Università di Padova la formazione del personale medico può avvenire in ambiente protetto e all'interno di un contesto ospedaliero, il che consente di associare alla simulazione la pratica clinica.
La realizzazione del simulatore ha comportato un investimento importante per l'acquisto del manichino e l'allestimento della sala, del software e delle attrezzature necessarie; investimento ripagato dalla validità di questo strumento, che ora la Clinica mette a disposizione di medici esterni, anche stranieri, attraverso l'erogazione di corsi di formazione ECM. Grazie al denaro raccolto con i corsi, la Clinica può finanziare borse di studio e periodi di formazione all'estero per i giovani ricercatori.
Ulteriori informazioni:
Video di una simulazione mandata in onda dal TGR Leonardo
Informazioni su HPS nel sito dellazienza produttrice METI (Medical Education Technologies, Inc.)
www.agireora.org
La Pecora Nera





