La Pecora Nera

Zooetica, Ecologia, Etologia e dintorni...

lunedì, ottobre 31, 2005

L'avanzata del virus

(martedì 25 ottobre) Mappare gli spostamenti del virus Ebola per scongiurare il contagio di migliaia di persone e primati nell'Africa centrale. Con questo scopo alcuni ricercatori del Max Planck Institut di Antropologia evoluzionistica di Lipsia (Germania), hanno studiato i focolai infettivi del ceppo letale Zebov scoppiati in Gabon e Repubblica del Congo negli ultimi dieci anni. Secondo la ricerca, pubblicata su PLoS Biology, le ripetute epidemie sono dovute a una recente diffusione del virus in queste regioni. Ipotesi precedenti sostenevano che il ceppo Zebov fosse una variante di virus presenti sin da tempi antichi nel posto. La causa del nuovo virus sarebbe stato un contatto maggiore tra gli esseri umani e le scimmie o un serbatoio animale non ancora identificato. Ma Peter Walsh, autore dello studio, e i suoi colleghi, attraverso analisi genetiche e informazioni spazio-temporali delle apparizioni del virus, hanno smentito questa teoria. I ricercatori affermano che i nuovi focolai non derivano da un'evoluzione casuale e incontrollata del patogeno, ma da un avanzamento del ceppo Zebov, lo stesso che aveva causato una prima epidemia a Yambuku, in Gabon. Il vantaggio è che le infezioni sono più prevedibili e controllabili. Tuttavia, il rischio di diffusione rappresenta una forte minaccia nell'area altamente popolata del Parco Nazionale di Odzala, che potrebbe essere raggiunta in un paio d'anni. Lo stesso pericolo riguarda anche le ultime grandi riserve di gorilla e scimpanzè allo stato brado: il virus potrebbe decimarli. La scoperta potrà aiutare a mettere a punto una strategia per contrastare, fin da subito, l'ondata di Ebola.

(a.p.)

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postato da camozzi 20:08 | commenti | salute e dintorni

MAIALI-FOTOCOPIA IN ITALIA DA CLONAZIONE. "GIOCO PERICOLOSO"
La Lav contro la sperimentazione in corso a Cremona

31 ottobre 2005 - Quattordici maiali sono i nuovi cloni della "fattoria" del Prof. Galli, dopo cavalli e tori; mai conosceremo invece il numero di maiali morti o sofferenti di malattie e malformazioni che possono aver pagato il prezzo degli esperimenti del Prof. Galli, come nulla si è saputo sulle cause esatte della morte della capostipite della fattoria dei clonati, la pecora Dolly. Infatti, come già denunciato più volte dalla LAV, la tecnica della clonazione è altamente inefficiente a giudicare dal basso numero di animali clonati nati sani: uno studio - basato su dati INFIGEN, una delle multinazionali clonatrici, e su studi di Atsuo Ogura del National Institute of Infectious Diseases di Tokyo - pubblicato anche dalla testata inglese New Scientist, rivela infatti che il 75% degli embrioni animali clonati muore entro i primi due mesi di gravidanza e che comunque il 25% nasce morto o con deformità incompatibili con la vita. Da 100 cellule di partenza mediamente una sola diverrà un animale "adulto e sano".
Il Prof. Galli dichiara che il progetto di ricerca sui maiali-fotocopia servirà "indirettamente alla ricerca sugli xenotrapianti", ovvero a creare maiali serbatoio di organi malati per umani, tuttavia "quello della ricerca sugli xenotrapianti è un gioco sporco e pericoloso - dichiara Roberta Bartocci, biologa e responsabile LAV del settore vivisezione - E' innanzitutto un gioco perché le prove effettuate, da oltre dieci anni a questa parte, nel tentativo di ottenere organi dagli animali da trapiantare nell'uomo, non ha mai dato alcun risultato incoraggiante, anzi, è stato un esercizio di tecnica chirurgica sulla pelle degli animali. E' pericoloso, dal momento che l'inserimento di un organo di una specie differente in un organismo estraneo è in grado di scatenare l'attività di virus silenti e innocui nell'ospite originario ma che potrebbero scatenare epidemie nell'uomo, come è accaduto, ad esempio, negli anni '60 a causa dell'impiego di vaccini antipoliomelite contaminati da virus in grado di provocare il cancro, perché ottenuti coltivando il vaccino su reni di scimmia in cui il virus era silente. La ricerca sugli xenotrapianti è anche un gioco sporco, perché sembra essere una scusa per ottenere finanziamenti e consenso facendo leva sulle speranze dei malati e le paure della società, visto che non esiste alcuna evidenza in grado di dimostrare che possa dare buoni risultati."

info LAV

domenica, ottobre 30, 2005

Energia, ecco le 30 aziende più inquinanti d'Europa

Il WWF pubblica la classifica delle 30 centrali elettriche più sporche d’Europa. I maggiori responsabili delle emissioni sono Grecia, Germania e Spagna. Quattro le aziende italiane

inquinamento, foto WWFUna nuova classifica del WWF rivela i nomi delle centrali elettriche più inquinanti d’Europa. Dopo un’estate in cui alluvioni, siccità e ondate di calore hanno fatto puntare il dito sul fenomeno dei mutamenti climatici, “Dirty Thirty”, la "sporca trentina" classifica le centrali meno efficienti tra quelle maggiormente responsabili delle emissioni di anidride carbonica (CO2) e rivela come ben 27 siano alimentate a carbone. Agios Dimitros in Grecia, Frimmersdorf in Germania e Abono in Spagna occupano la vetta di questa classifica.

Il WWF ha considerato le emissioni totali di CO2 (in milioni di tonnellate per anno) delle centrali situate nei 25 paesi facenti parte della Unione Europea e ha classificato i maggiori responsabili delle emissioni di CO2 secondo il loro grado di efficienza (grammi di CO2 emesse per Kilowatt ora). La maggior parte delle centrali presenti nella classifica sono situate in Germania (9 impianti), seguita da Polonia (5 impianti), Italia, Spagna, e Regno Unito. Si trovano in Grecia, invece, le due centrali a lignite classificate al primo e al quarto posto

Secondo gli esperti, le emissioni di CO2 sono la principale causa del riscaldamento globale e degli impatti devastanti dei mutamenti climatici sull’uomo e sulla natura. “Il settore energetico è responsabile del 37% delle emissioni di CO2 di origine antropica”, afferma Mariagrazia Midulla, Responsabile Campagne Internazionali del WWF Italia. “Le centrali a carbone sono quelle più sporche perché utilizzano il combustibile a più alta intensità di CO2. Per fermare il riscaldamento globale dobbiamo sostituire carbone e petrolio con alternative più pulite, usando il gas come fonte di transizione e puntando fortemente sulle fonti di energia rinnovabile. Importantissimo puntare anche sull’efficienza energetica, ormai vista, a livello internazionale, come una vera e propria fonte di energia”.

Dalla classifica appare una situazione piuttosto difficile per la Germania. Nel suo territorio sono presenti cinque delle dieci centrali più inquinanti, e quattro di queste sono dal colosso tedesco RWE. La classifica mostra chiaramente come siano soltanto sei grandi compagnie a possedere le centrali più inquinanti d’Europa: 19 delle 30 compagnie elettriche analizzate, infatti, sono di proprietà di RWE (Germania), Vattenfall (Svizzera), Enel (Italia), Endesa (Spagna), E.ON (Germania) e del gruppo francese EDF.

Nell’arco dei prossimi vent’anni molte delle più inquinanti centrali alimentate a carbone giungeranno al termine del loro ciclo di vita, un’opportunità storica per ridurre significativamente le emissioni di CO2. Negli scenari di sostituzione di questi impianti si evince come un passaggio dal carbone al gas potrebbe portare, entro il 2030, ad una riduzione delle emissioni di CO2 del 47.8%. Passare a nuove tecnologie a carbone porterebbe, invece, ad una mera riduzione del 13.5 % contro un 73.4% ottenibile con un passaggio alle fonti di energia rinnovabile e pulita.

Una parte cruciale della soluzione al problema delle emissioni di CO2 provenienti dal settore energetico è il commercio delle quote di emissioni, l’Emission Trading Sistem (ETS). Il WWF sta facendo pressioni affinché vengano stabiliti limiti più severi per ciò che concerne le emissioni e affinché vengano individuati chiari incentivi ad investire nelle fonti di energia rinnovabile e sostenibile.

www.wwf.it

Proteine antigelo
Si legano ai cristalli di ghiaccio e ne inibiscono la crescita

26-10-2005. Le potenti proteine antigelo presenti nelle pulci delle nevi (Hypogastrura harveyi) sono diverse dalle uniche altre due proteine antigelo conosciute negli insetti. Lo sostiene uno studio di ricercatori della Queen’s University di Kingston, in Canada, pubblicato sul numero del 21 ottobre della rivista "Science".
Gli scienziati canadesi hanno isolato nelle pulci delle nevi le potenti proteine in grado di inibire la formazione di ghiaccio nei fluidi corporei degli insetti, abbassando il punto di congelamento di questi fluidi di circa 6 gradi centigradi. Le proteine si legano alle superfici dei cristalli di ghiaccio e ne inibiscono la crescita, aiutando questi animali a rimanere attivi durante l'inverno.
I ricercatori hanno scoperto che le proteine contengono una grande quantità di amminoacido glicina. A livello molecolare, le proteine differiscono da quelle isolate nei coleotteri e nelle falene al punto da suggerire che siano sorte indipendentemente, e più di una volta, negli artropodi. Questo gruppo di animali invertebrati comprende le pulci delle nevi e tutti gli altri insetti, crostacei e ragni.

Laurie A. Graham, Peter L. Davies, "Glycine-Rich Antifreeze Proteins from Snow Fleas".
Science, 21 ottobre 2005: 461

www.lescienze.it

sabato, ottobre 29, 2005

Stop agli antidepressivi

14-10-2005. Presso l'Ottawa Health Research Institute in Canada, è stata presa in esame l’associazione tra l’impiego di farmaci antidepressivi SSRI (inibitori selettivi del riassorbimento della serotonina) e i tentativi di suicidio. Dall’esame della letteratura internazionale sono stati identificati 702 studi clinici con 87.650 pazienti. Un significativo aumento dei tentativi di suicidio è stato osservato per i pazienti che hanno ricevuto farmaci SSRI rispetto ai placebo.

È l'ennesima prova che i farmaci anti-depressivi non curano un bel niente, a meno che non si voglia considerare il suicidio come una forma di “guarigione”. Il fatto che tanti bambini siano coinvolti in tali trattamenti, ha portato l’Agenzia Italiana del Farmaco ha emettere un decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, in cui si avverte: “Gli antidepressivi triciclici non devono essere utilizzati per il trattamento di bambini e adolescenti sotto i 18 anni. Gli studi condotti nella depressione in bambini di questo gruppo di età non hanno dimostrato l'efficacia per questa classe di farmaci. Diversi studi hanno messo in evidenza rischio di suicidio, autolesionismo e ostilità correlato con tali farmaci. Inoltre, gli antidepressivi sono associati ad un rischio di eventi avversi cardiovascolari in tutti i gruppi di età. Deve essere tenuto presente che non sono disponibili dati di sicurezza a lungo termine nei bambini e negli adolescenti riguardanti la crescita, la maturazione e lo sviluppo cognitivo e comportamentale”.

Il Presidente del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, il Dott. Roberto Cestari, appresa la notizia dichiara: “sembra una cosa proprio strana. I triciclici sono farmaci vecchi e ormai poco usati, a parte Tofranil, Anafranil, Surmontil, Amitriptilina, Laroxyl, Triptizol, Survector e Ludiomil, comunque usati poco. Ormai quasi tutte le prescrizioni di antidepressivi sono di SSRI”.

Proprio strano: proprio mentre le autorità FDA ed Ente Europeo del Farmaco lanciano l'allarme sugli SSRI, quelli più venduti e dove c'è fatturato, in Italia si rilancia sui triciclici. Sembra quasi una mossa per sviare l'attenzione dagli SSRI e dire che anche da noi si fa qualcosa. Il genitore il cui figlio sia stato sottoposto a test psichiatrico o diagnosi, all'interno della scuola, senza il suo permesso o che ha subito danni in seguito a trattamento psichiatrico, può mettersi in contatto con il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani per esporre l’abuso.

Per ulteriori informazioni:

Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani
Phone: +39 02 36510685
E-mail:
ccdu_italia@hotmail.com

http://www.ecplanet.com/

PROTETTA FORESTA DEL CONGO, LA SECONDA MAGGIORE AL MONDO DOPO L'AMAZZONIA

Roma, 28 ottobre 2005 – Greenpeace esprime soddisfazione per il decreto emanato dal presidente della Repubblica democratica del Congo, Kabila, questa settimana. È prevista la moratoria del taglio in 40 milioni di ettari di foresta, mentre la legalità delle attuali concessioni verrà verificata da una commissione interministeriale, assistita da esperti indipendenti. Se l'analisi venisse condotta correttamente, secondo Greenpeace, almeno 20 milioni di ettari saranno salvati dal taglio. La foresta pluviale del Congo è la seconda al mondo per dimesnioni dopo l'Amazzonia, ospita la maggiore biodiversità in Africa, incluse specie rare come l'okapi e il pavone del Congo. Anche gorilla, scimpanzè e bonobo trovano rifugio in queste meravigliose foreste, minacciate dal taglio illegale.

"Era ora. Proprio qualche giorno fa abbiamo consegnato una "motosega d'oro" alla Federazione italiana degli importatori di legname, dopo aver denunciato con il blocco di una nave a Livorno, come anche le nostre aziende contribuiscano alla devastazione delle foreste del Congo. Per fortuna, mentre noi dormiamo, un governo africano fa il primo passo. Sta ai consumatori ora evitare il legname illegale che porta all'estinzione gorilla e scimpanzè" afferma Sergio Baffoni, responsabile foreste di Greenpeace. Nonostante la moratoria, il legname dal Congo rischia di continuare ad arrivare nei porti italiani attraverso la triangolazione con paesi terzi, come la Cina, che riciclano il legname illegale

>> Leggi il rapporto
http://www.greenpeace.it/camp/foreste/TIB-it.pdf

Egoista di uno scimpanzé

(giovedì 27 ottobre) Aiutare il prossimo potrebbe essere un'attitudine esclusiva della specie umana. Uno studio sul comportamento degli scimpanzé, pubblicato su Nature e condotto da Joan Silk della University of California di Los Angeles, ha mostrato che i primati non hanno alcun interesse a compiere una buona azione verso propri simili, anche se questa non comporta alcun inconveniente per loro stessi. Per arrivare a tale conclusione, i ricercatori hanno messo le scimmie davanti a una duplice possibilità di scelta per procacciarsi il cibo. Da una parte, lo scimpanzè poteva scegliere di servirsi del cibo da solo, dall'altra, di ottenere la stessa quantità di cibo per sé e permettere di mangiare anche a un altro. Raramente è stata preferita la seconda opzione. Secondo i ricercatori questo dimostra come le azioni degli scimpanzé non siano motivate dal sentimento di aiutare gli altri, in contrasto con molte abitudini degli esseri umani che dimostrano considerazione verso il prossimo, come donare il sangue, fare l'elemosina, impegnarsi nel volontariato. I risultati hanno sorpreso gli etologi sia perché le grandi scimmie sono gli animali più vicini all'essere umano sia perché le osservazioni sono state fatte su una comunità di scimpanzé che vive insieme da anni. (a.l.)

da www.galileonet.it

venerdì, ottobre 28, 2005

 La «colla» dei gechi
Le loro zampe aderiscono alle superfici con minuscole setole, ora imitate con i nanotubi

18-10-2005. Forse non riusciremo ad arrampicarci sui muri come dei gechi, ma questi animali potrebbero aiutarci a costruire materiali adesivi utili, per esempio, agli astronauti durante le missioni spaziali. I ricercatori del Rensselaer Polytechnic Institute e della University of Akron stanno studiando le caratteristiche delle zampe più appiccicose del regno animale: "E' ben noto che insetti come per esempio gli scarafaggi e rettili come i gechi hanno sviluppato gli adesivi più efficaci per sopravvivere - spiega Ali Dhinojwala, autore della ricerca pubblicata da «Chemical Communications». - I sistemi biologici hanno perfezionato in queste creature non solo il meccanismo per attaccarsi a superfici verticali, ma anche per staccarsi". E' questa caratteristica a rendere così interessanti i gechi, il cui segreto sembra risiedere nei peli delle zampe. Migliaia di minuscole setole (setae) lunghe 50 nanometri (lo spessore di un capello), ognuna suddivisa in centinaia di peletti ancora più piccoli, detti spatulae. Tre anni fa un gruppo di ricercatori aveva scoperto che la particolare organizzazione di setae e spatulae permette ai gechi di ancorarsi alle pareti con una forza di attrazione intermolecolare, detta forza di van der Waals, la stessa che spiega fenomeni come la formazione dei fiocchi di neve o le evoluzioni dei ragni. Per mimare questi peli i ricercatori hanno utilizzato fasci di nanotubi di carbonio (di grandezza analoga alle setae) mantenuti in posizione da una piattaforma flessibile di un particolare tipo di plastica, il polimetile metacrilato. L'idea ha superato ogni aspettativa, producendo una forza adesiva 200 volte superiore a quella delle zampe dei gechi. Un successo che si inserisce in un filone di ricerca che sfrutta la geometria di strutture microscopiche per controllare le potenzialità adesive. "Abbiamo già adesivi forti che possono sopportare grandi forze, e abbiamo adesivi deboli, come i foglietti dei block notes, che possono essere usati diverse volte, ma non sono abbastanza resistenti per sostenere grandi forze", dice Dhinojwala. Regolare l'adesività di un materiale sarebbe un successo della scienza e un'invenzione remunerativa.

Sara Capogrossi Bolognesi
da LA STAMPA

giovedì, ottobre 27, 2005

STOP EUROPEO AD IMPORT ESOTICI? DECISIONE TARDIVA
Per la Lav uccelli malati potrebbero essero già sparsi in tutto il mondo

27 ottobre 2005 - "La decisione dei paesi dell'Unione europea di vietare l'importazione di uccelli esotici giunge pericolosamente in ritardo per la irresponsabile paura di ostacolare i lucrosi commerci di fauna esotica; uccelli malati potrebbero gia' essere stati spediti in tutto il mondo", questo il commento della Lav dopo la decisione presa l'altro ieri dal Comitato dei veterinari dell'Ue.
Quando nell'aprile 2005 fu rinvenuto il virus H5N1 in un lago cinese, l'Europa doveva disporre immediatamente il bando di ogni importazione di uccelli selvatici: doveva essere una decisione dettata dal buon senso. Gia' all'inizio del 2004, infatti, Europa e Stati Uniti avevano vietato per pochi mesi l'importazione di uccelli selvatici da Cambogia, Indonesia, Giappone, Laos, Pakistan, China (Hong Kong compresa) Sud Corea, Thailandia e Vietnam. Singoli temporanei provvedimenti erano stati presi per la Corea del Nord e Taiwan. Gia' allora il motivo fu il diffondersi del virus H5N1. Nel 2003, pero', almeno 150.000 uccelli esotici erano gia' stati esportati negli Stati Uniti e nell'Unione europea.
Per il bando deciso ieri dall'Ue si e' dovuto invece aspettare la notizia delle autorita' britanniche sul pappagallo arrivato dal Suriname e morto per l'influenza aviaria all'interno dell'area di quarantena dove erano stati tenuti anche uccelli provenienti da Taiwan, area a rischio, insieme a tutto il Sud est asiatico, per il temuto virus H5N1. Taiwan, dove il primo caso di aviaria risale al 2003, dice ancora la Lav, e' uno dei principali esportatori mondiali di fauna esotica, spesso al centro di triangolazioni commerciali con paesi di tutto il mondo.
Taiwan esporta di tutto, dagli uccelli alle farfalle, e non fa parte dei paesi aderenti alla Convenzione di Washington sul commercio di flora e fauna in via di estinzione. Puo' esportare tutto quello che vuole anche come intermediario. Proprio in questi giorni a Taiwan, un carico di 1000 uccelli provenienti dalla Cina e' stato trovato infetto dal virus H5N1. "Gli ormai ricorrenti provvedimenti delle autorita' sanitarie europee ed americane sul bando delle importazioni di uccelli esotici- ha dichiarato Giovanni Guadagna, responsabile animali esotici della Lav- sebbene presi in maniera tardiva per paura di bloccare il lucroso commercio di fauna esotica, impongono una decisione drastica. Ci troviamo di fronte a provvedimenti presi in maniera schizofrenica: bandi emessi, reiterati e nuovamente emessi nel giro di pochi mesi. La presenza del ceppo virale piu' virulento dell'influenza aviaria, puo' considerarsi endemico di aree del mondo dalle quali arrivano milioni di animali che andranno poi a riempire le frustrazioni esibizioniste di decine di migliaia di cittadini europei e americani che li rinchiuderanno nelle loro case. Fino ad ora, almeno nei paesi occidentali, a pagare sono stati gli animali rubati alla vita libera, morti in gabbia tra mille sofferenze, o uccisi nelle aree di quarantena dopo la scoperta di pericolose malattie".

(Com/Val/ Dire)

mercoledì, ottobre 26, 2005

CLIMA: "KYOTO SI PUÒ. SUBITO IN FINANZIARIA, ALTRIMENTI ARRIVEREMO ULTIMI". ASSOCIAZIONI DI AMBIENTALISTI E PRODUTTORI PRESENTANO LA "RICETTA" PER APPLICARE KYOTO IN ITALIA

Roma, 25 ottobre 2005 - Il Protocollo di Kyoto si può fare, e subito. Proposte concrete per cambiare la politica energetica in Italia, ridurre l'uso dei combustibili fossili e la dipendenza della nostra economia dall'estero, incentivare lo sviluppo tecnologico creando migliaia di nuovi posti di lavoro sono state presentate oggi da un vasto tavolo di associazioni ambientaliste e associazioni di produttori di impianti per rinnovabili, riuniti tutti insieme per la prima volta per avvicinare il nostro Paese agli obiettivi del Protocollo di Kyoto.

Miglioramento dell'efficienza energetica negli usi civili e industriali, sviluppo delle fonti rinnovabili, qualificazione energetica dell'edilizia, mobilità e trasporto sostenibili. Il tutto da realizzarsi attraverso programmi di incentivazione, defiscalizzazioni, politiche mirate e campagne di sensibilizzazione e informazione a livello locale. Sono questi alcuni degli interventi proposti al governo dalla piattaforma che rende operativo il "Patto per Kyoto" sottoscritto dalle associazioni e presentato oggi a Roma in conferenza stampa.

I promotori ne sottolineano in primo luogo i vantaggi: con opportune misure di risparmio è possibile ridurre ogni anno la domanda energetica di almeno il 2% per il settore privato e del 3% per il settore pubblico, con potenziali di risparmio nel settore residenziale che in Italia sono del 50%. Nel campo delle energie rinnovabili, la grande potenzialità italiana è praticamente inespressa: sfruttando in pieno tutta la superficie esistente dei tetti per il solare fotovoltaico, l'Italia potrebbe coprire oltre due terzi dell'intero fabbisogno elettrico italiano (circa 200 TWh/anno). Per l'eolico, la fonte energetica in maggiore crescita a livello mondiale, l'Italia è ancora in forte ritardo (appena 1.600 MW installati), eppure la ricerca tecnologica consente di rendere competitivi dal punto di vista finanziario sia impianti di grandi che di piccole dimensioni.

"Benché l'Italia sia in netto ritardo sulle procedure di applicazione, il Protocollo di Kyoto si può rispettare – dicono le associazioni -. Servono, da subito, soluzioni radicali e il documento presentato oggi contiene proprio proposte e indicazioni costruttive che possono essere applicate sin da ora e inserite nella Finanziaria in discussione. Un passo di estrema importanza è sicuramente quello di arrestare la tendenza costante ad accentrare la produzione energetica in grandi impianti, puntando invece sulla generazione distribuita in impianti di piccole e medie dimensioni capaci di recuperare calore e, dunque, di conseguire rendimenti superiori alle centrali tradizionali".

"La nostra economia, più ancora che nel resto d'Europa – proseguono le associazioni - continua a basarsi su logiche non sostenibili, di dipendenza dai combustibili fossili, fuori da ogni prospettiva di cambiamento. Così, a fronte di un impegno di riduzione del 6.5% entro il 2012, rispetto ai valori del 1990, il nostro Paese ha invece superato del 12% i livelli di emissioni di gas serra".

"Tutto questo a soli 7 anni dalla scadenza del primo periodo di adempimento del Protocollo – concludono le associazioni - ma questa strada si può invertire: investendo in energie pulite per tagliare tanto le spese per i combustibili fossili, quanto le emissioni di anidride carbonica e i costi associati al loro incremento".

Il
documento contiene proposte concrete che possono essere introdotte già nella prossima Finanziaria: nel campo dell'efficienza energetica le associazioni chiedono di aumentare del 2% annuo gli obblighi dei certificati bianchi previsti dal DM 20/7/2004 di risparmio per gas ed elettricità nel secondo quadriennio, e promuovere i criteri per la certificazione energetica degli edifici: lo standard Green Light, ad esempio, permette di ridurre del 30% i consumi rispetto alle tecnologie standard di illuminazione.

Nel campo del solare fotovoltaico, con uno scenario nel quale l'Italia ha una potenza installata circa 25 volte inferiore rispetto a quello della Germania, nonostante il 50% in più di insolazione annua, si chiede di innalzare ad almeno 300 MW al 2010 l'obiettivo posto dall'attuale decreto e stabilire adeguati programmi di incentivazione come avvenuto in Germania, con la riduzione dell'IVA per gli impianti fotovoltaici.

Analoghi programmi di promozione e incentivazione a livello nazionale vengono richieste per il solare termico, inclusi riduzione dell'IVA e, a livello locale, dell'ICI per chi installa impianti solari. L'Italia (appena 550.000 m2 di collettori installati, contro gli 8 milioni di boiler elettrici ancora in uso) è lontanissima dal raggiungere gli obiettivi del Libro Bianco dell'Energia, che prevede 3 milioni di m2 di collettori installati al 2010, nonostante una tecnologia matura, affidabile e dai costi contenuti.

Nel campo dell'eolico, c'è bisogno soprattutto di linee guida e di regole per gli impianti, per impostare politiche regionali coerenti. L'Italia, con 1.600 MW installati, è tra gli ultimi posti in Europa: necessari programmi di incentivazione ma anche campagne di informazione ai cittadini. Nei trasporti, comparto che da solo contribuisce al 25% del totale delle emissioni di gas serra, le associazioni chiedono di stabilire standard sempre più elevati per le emissioni, dare priorità agli investimenti pubblici, alla rotaia e al cabotaggio ma anche alle nuove forme di mobilità (car pooling, car sharing) attraverso incentivi alla mobilità sostenibile.

Infine le associazioni chiedono di promuovere l'uso delle biomasse, soprattutto per produrre energia elettrica e calore in impianti a cogenerazione. Questi sistemi presentano bilanci energetici estremamente positivi a condizione che la biomassa utilizzata sia prodotta nel raggio di poche decine di chilometri.

>> Leggi il documento
"Patto per Kyoto"
www.greenpeace.it

SELVATICI IN AUTOSTRADA, CHI PAGA I DANNI?
Importante sentenza del Tribunale di Torino sulle responsabilità della Pubblica Amministrazione

21 ottobre 2005 - La stagione autunnale è una di quelle caratterizzate da maggior transito di animali selvatici nelle zone pedemontane (come, ad esempio, l'Emilia Romagna), anche di rilevanti dimensioni, come cinghiali, cervi, caprioli. Un impatto anche non necessariamente ad andatura sostenuta, con uno di essi, può risultare anche letale, e comunque, nei casi più fortunati, cagionare rilevanti danni al mezzo. Chi ne risponde? Vengono in rilievo tre norme in materia di responsabilità civile:
-l'art. 2043 c.c. (“qualunque fatto, doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che l'ha commesso a risarcire il danno”);
-l'art. 2051 c.c.(“ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”);
-l'art. 2052 c.c. (“il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall'animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”.
Verifichiamo, dunque, se ed in quale misura ciascuna delle tre norme ora citate possano applicarsi all'ipotesi in questione.
a) quanto all'art. 2043 c.c., sembra escluso ogni dubbio: la mera presenza di un animale selvatico in autostrada, infatti, rende evidente la presenza di varchi nelle recinzioni obbligatoriamente previste;
b) quanto all'art. 2051 c.c., l'autostrada è bene in uso allo Stato o al diverso Ente che ne ha la gestione, statale o privato. Conseguentemente, dovrebbe, seppure con qualche cautela, ammettersene l'applicazione;
c) quanto all'art. 2052 c.c., posto che gli animali selvatici costituiscono beni demaniali ormai dagli anni '60, lo stesso Demanio dovrebbe rispondere dei danni dagli stessi cagionati.
Ora, i nostri Giudici ritengono solitamente applicabile alla fattispecie unicamente la norma sub a), motivando l'esclusione delle altre due norme con la circostanza che né dell'autostrada nella sua interezza, né tantomeno dei selvatici è possibile avere un completo e costante monitoraggio e/o controllo. In altri termini – a dire dei Giudici – si richiederebbe alla Pubblica Amministrazione o all'Ente responsabile uno sforzo eccessivamente oneroso al fine di evitare possibili danni a pesone o a cose.
La questione non è di poco conto, se si considera che l'art. 2043 pone una responsabilità per colpa (ed è il danneggiato a dover dimostrare la colpa dell'Amministrazione), mentre le altre due norme prevedono una responsabilità oggettiva (in altri termini, verificatisi il fatto ed il danno, è il responsabile a dover dimostrare che essi dipendono da caso fortuito). Il tutto in ossequio ad un favore per la Pubblica Amministrazione. che non ha più ragione di esistere (del resto, in relazione a molte altre fattispecie, la P.A. viene chiamata a rispondere allo stesso modo di qualsiasi altro responsabile).
Fortunatamente, taluni Giudici assai “illuminati” stanno lentamente cominciando ad aprire timide vedute su tale questione. Non ultima, una recente Sentenza del Tribunale di Torino, pur non spingendosi (ma deve ritenersi che questa sia soltanto una prima forma di apertura) fino a ritenere la P.A. responsabile per “custodia di cose o di animali”, ai sensi degli artt. 2051 e 2052 c.c., in pratica compie un “ribaltamento” o inversione dell'onere della prova, stabilendo che in casi analoghi, pur continuando la P.A. a rispondere “per colpa” ex art. 2043 c.c., la stessa debba dimostrare compiutamente e precisamente la propria assenza di colpa (in buona sostanza, la P.A. deve dimostrare di avere correttamente adempiuto a tutti i propri doveri di diligenza (professionale). In mancanza, dovrà rispondere dei danni cagionati.

Giovanni Adamo
L'autore è Avvocato e Cultore della Materia di Diritto Civile nell’Università di Bologna

www.animalieanimali.it

martedì, ottobre 25, 2005

BRASILE: SICCITA'. POPOLAZIONE AMAZZONIA IN SOCCORSO ANIMALI
Temperature più alte negli ultimi quarant'anni

24 ottobre 2005 - Mentre piogge torrenziali flagellano i Caraibi, sul bacino amazzonico imperversa la peggior siccita' degli ultimi 40 anni. La popolazione delle zone piu' colpite si sta mobilitando per cercare di salvare molte specie animali a rischio di estinzione.
Il livello dell'acqua nei fiumi dell'Amazzonia e' sceso sotto il peggior livello mai registrato, e milioni di pesci giacciono morti sul fango, a decomporsi al sole. Ma quello che piu' preoccupa sono i mammiferi acquatici amazzonici, tutti a rischio d'estinzione, e in particolare le grandi lontre, i delfini rosa e i lamantini. Le guardie forestali dell'Alto Amazzoni (Solimoes) hanno gia' scoperto le carcasse di tre lamantini, bloccati in una laguna laterale del fiume, il cui livello e' calato a poco a poco con l'evaporazione, uccidendo gli animali.
In un piccolo affluente, pescatori hanno scoperto una decina di delfini rosa incagliati nell'acqua bassa, e la popolazione locale si e' mobilitata per trasportarli su amache costantemente innaffiate fino al corso principale del Rio Tapajos, che sta sette metri sotto il livello normale in questa stagione.
A Oriximina', nello stato del Para', centinaia di persone hanno formato una catena umana per far arrivare fino all'acqua centinaia di testuggini amazzoniche (tracajas) - delle quali e' per di piu' il periodo riproduttivo - che si trovavano semisommerse dal fango e incapaci di svincolarsi.
Serpenti, coccodrilli, roditori, rane e molte altre specie che vivono in simbiosi con l'acqua, onnipresente in Amazzonia, sono duramente colpite dalla siccita' che dura ormai da due mesi e mette a rischio tutto l'ecosistema amazzonico. Il sole, che normalmente e' filtrato dalla coltre di umidita' normale sulla foresta amazzonica, colpisce direttamente gli animali bloccati, infierendo sulla loro agonia.
Nelle zone piu' remote milioni di animali stano morendo perche' tutto l'ambiente dal quale sopravvivono e' cambiato radicalmente in poche settimane.

(ANSA)