mercoledì, giugno 30, 2004
La sperimentazione animale è un alibi
Già nel 1972 G. Maccacaro nella prefazione al libro di M. H.Pappaworth "Cavie umane. La sperimentazione sull'uomo" affermava: "nella patologia umana si osserva una recessione della forma prevalentemente cronico- degenerativa....; ciò indica il passaggio ad una patologia dell'uomo in quanto tale, altamente antropica per genesi e specificità: ovvero nell'uomo sono ormai preponderanti i cosiddetti "disordini da civiltà".
Questa illuminata ed illuminante considerazione si ricollega alle tante considerazioni fatte dagli esponenti dell'antivivisezionismo scientifico che portano a concludere che qualunque risultato ottenuto provando farmaci su animali, non può essere trasferito all'uomo, anche perché la sua patologia odierna non è rintracciabile in alcuna altra specie animale.
Del resto qualunque dato ottenuto sull'animale può risultare identico, simile o completamente diverso sull'uomo e, anche se "a posteriori " verifichiamo una certa percentuale di coincidenza dei dati, tuttavia "a priori" non sapremo se la sostanza sarà innocua, tossica o mortale per l'uomo. E' dunque l'uomo, su cui è obbligatorio oggi provare il farmaco, la vera "cavia", e la prova sull'animale è solo l'alibi per rendere accettabile una sperimentazione altrimenti eticamente illecita. Di ciò sono ben consci i vivisettori che non esitano a passare dalla vivisezione dell'animale a quella sull'uomo. E non occorre andare con la memoria ai campi di sterminio nazisti; molti, infatti, sono i casi di "cavie umane" denunciati dalla stampa sia italiana che estera. Come afferma sempre nel citato libro G. Maccacaro "l'industria farmaceutica presenta ogni anno al nostro Ministero della Sanità alcune centinaia di domande di registrazione di nuove specialità medicinali. La legge impone che ogni domanda sia corredata, fra l'altro, da una o più relazioni firmate da un clinico e referenti, su prove da lui eseguite in soggetti umani, generalmente malati. Poiché ogni relazione verte su qualche decina di pazienti, ci si rende conto che in Italia, migliaia di persone sono sottoposte, quasi sempre a loro insaputa, ad esperimenti intesi ad accertare l'attività terapeutica e tossica di questo o di quel medicinale." Risulta quindi grave e sorprendente che in Italia manchi una legge organica che disciplini la sperimentazione umana. E' lo stesso Ministero della Sanità che il 1/9/1990, in risposta all'interrogazione n. 4/1079 degli onorevoli Tamino e Ronchi, afferma che: "Circa il problema della sperimentazione clinica, si fa presente che, attualmente, non esiste una normativa che la disciplini compiutamente, sebbene in passato siano state presentate diverse proposte di legge". Nella prassi clinica, invece, la sperimentazione viene suddivisa in 4 fasi:
a) fase preliminare: sotto stretto controllo di esperti, il prodotto è dato ad un piccolo campione di soggetti sani volontari per un periodo di tempo necessario ad ottenere dati attendibili sulle sue caratteristiche di farmacocinetica, di farmacodinamica e di tollerabilità, nonché a stabilire per le successive fasi della sperimentazione se vi siano differenze nella risposta in funzione delle vie di somministrazione;
b) fase pilota: è volta a stabilire in via preliminare, ma con dati attendibili, le proprietà di efficacia terapeutica e di eventuali effetti collaterali non desiderati del prodotto. In questa fase, in ambiente clinico qualificato, il prodotto viene saggiato su piccoli gruppi di pazienti consenzienti affetti dalla malattia per la quale il prodotto è stato predisposto;
c) fase su larga scala: è condotta su casistiche più numerose di pazienti, preferibilmente in disegno policentrico, al fine di dimostrare con metodologia adeguata, le effettive proprietà terapeutiche del prodotto e la sua tossicità, anche in relazione alla sua dose di mantenimento, che va individuata. In questa fase, specie per i prodotti di nuova istituzione, ed in particolare per quelli essenziali, destinati alle forme patologiche più frequenti o più gravi, alcuni di questi studi clinici controllati, oltre a confermare l'efficacia del nuovo prodotto ed i suoi reali vantaggi terapeutici rispetto a prodotti di provata efficacia già in commercio, prolungando i tempi di osservazione delle "coorti" trattate, devono rilevare gli eventuali effetti collaterali del farmaco, in termini di frequenza, di qualità e di entità;
d) fase di farmaco-vigilanza: è finalizzata alla individuazione, quantizzazione e studio dell'importanza degli effetti collaterali indesiderati del prodotto e ad una più precisa definizione della sua efficacia e delle sue interazioni con altri farmaci.
E' la stessa OMS a raccomandare la sperimentazione sull'uomo: basta leggere quanto scrive il Consiglio delle Organizzazioni Internazionali delle Scienze Mediche (CIOMS) nelle linee direttive internazionali proposte per l'impiego di soggetti umani nella ricerca biomedica (atti della XV Tavola Rotonda, Manila 13-16 settembre 1981) "..anche nel caso di medicinali o vaccini destinati a bambini, le ricerche condotte su adulti, volte ad accertarne la sicurezza e l'efficacia, dovrebbero aver raggiunto uno stadio avanzato prima che venga presa in considerazione la loro sperimentazione su soggetti più giovani. Non è giusto, però, ritardare senza buone ragioni questi esperimenti quando essi risultino opportuni: i farmaci in commercio sarebbero somministrati ai bambini senza fruire delle conoscenze scientifiche cliniche progettate a questo scopo. In queste circostanze, l'affermazione per cui sia la ricerca scientifica che quella terapeutica su bambini sia intrinsecamente immorale, diviene insostenibile.."
In definitiva tutte le norme nazionali ed internazionali tendono ad affermare che senza diretta sperimentazione sull'uomo (e se necessario su bambini - per lo più del terzo mondo!) i farmaci sarebbero somministrati senza adeguate conoscenze cliniche nonostante la precedente sperimentazione animale.
Per questo è opportuno anzitutto discutere sull'enorme quantità di farmaci in commercio (tra l'altro in 10 anni ne sono stati ritirati, perché inefficaci e tossici, circa 25.000!) e quindi valutare se e come possa essere fatta una corretta sperimentazione, eticamente accettabile sull'uomo, senza l'inganno (o l'alibi) della sperimentazione animale.
La sperimentazione clinica diventa lecita quando ha lo scopo di giovare al paziente e quindi è fatta su persona portatrice della malattia in esame e quando la terapia sperimentale è applicata soltanto se non esistono, allo stato attuale, altre terapie ritenute più o ugualmente idonee a curare il paziente.
Ulteriore garanzia di validità della terapia sperimentale, la quale non deve rappresentare un rischio per il paziente, deriva da una sperimentazione pre-clinica basata su metodologie scientificamente attendibili e che quindi siano in grado di produrre dati oggettivi sui possibili effetti tossici e non del farmaco e della terapia in questione. In tal senso i dati ottenuti sugli animali non sono in grado di dare alcuna indicazione riguardo ai possibili effetti sull'uomo. Inoltre, condizione assolutamente essenziale per la sperimentazione clinica sull'uomo, è il consenso volontario del soggetto, che dovrà essere informato, non solo preliminarmente, ma anche durante tutto il periodo della sperimentazione, delle complicazioni, dei rischi, degli effetti e dei benefici sulla salute.
Gianni Tamino, tratto da www.antivivisezione.it
An end to all UK monkey experiments
EU to develop non-animal tests for chemical toxicity
Fino a ieri per maltrattare un animale occorreva avere infierito duramente su di lui, ancora meglio se c’era di mezzo un cranio fracassato, un arto tranciato, insomma almeno un grosso brandello di pelle strappata. E tutt’al più, pur con “il corpo del reato” si rischiava una multa che alla fine ammontava ad una vera e propria cantata. Da ieri ci viene in aiuto la Corte di Cassazione che finalmente ristabilisce per gli animali il diritto di non essere maltrattati a priori, quando non esista un’aggressione verso l’uomo. Per fortuna, nonostante il latitare dei nostri legislatori, questa volta è intervenuta la magistratura ad affermare un principio fondamentale che vige in campo umano e speriamo, d’ora in poi, anche in campo animale.
Vi voglio ricordare un episodio, accaduto in provincia di Lucca, che abbiamo narrato un paio d’anni fa su libero. Un cane fu investito da una macchina e giaceva in mezzo alla strada con una zampa fratturata. In quel momento sopraggiungeva un’altra automobile con due muratori che scendevano dall’auto avvicinandosi al cane. Sotto gli occhi della proprietaria e con il veterinario che stava arrivando, uno degli operai ritornò verso il baule della macchina, lo aprì estraendone un grosso martello. Dopo un breve colloquio con l’altro operaio, nella totale incredulità di chi assisteva, il muratore prese a martellare il cane giudicando che non v’era nient’altro di meglio da fare. Il processo che seguì alla denuncia finì con il magistrato che assolveva i due operai in quanto avevano agito in stato di necessità.
Quest’ultima sentenza della Corte di Cassazione, che condanna un maltrattamento preventivo, ci fa riconciliare parzialmente con il sistema giuridico e ancor più con il buon senso. In caso contrario chiunque potrebbe infierire su qualsiasi animale, sostenendo che il suo agire sia legittimato da un potenziale atteggiamento di aggressività in corso. Vale a dire, io sospetto fortemente che l’espressione torva di quel cane preluda ad un attacco nei miei confronti e gli ammollo una bella badilata preventiva sul cranio. Così evitiamo dubbi. Mi spiace per i portalettere, categoria amata e odiata (a seconda di ciò che portano) e per la loro atavica lotta con cani che digrignano denti e morsicano garretti, ma dovranno convincersi che rifilare un colpo di vanga sulla testa di un Pitbull soltanto perché ha la sfortuna di avere un’espressione un po’ corrucciata, non rientrerà nelle loro mansioni. Dovranno limitarsi a reagire solo se potranno mostrare il loro bel “sette” nella divisa d’ordinanza. Meglio ancora una piccola ferita sul polpaccio.
LE TECNICHE PER LA FERTILITÀ SALVANO MOLTE SPECIE A RISCHIO
28 giugno 2004 - Le tecniche messe a punto per favorire la fertilità negli esseri umani e che hanno consentito a milioni di coppie di avere figli, stanno aiutando gli scienziati a preservare specie a rischio. Dalle orche ai panda giganti ai ghepardi, le tecnologie di procreazione assistita hanno consentito agli scienziati di allevare animali in cattività ed imparare di più sul mondo in cui si riproducono. "Abbiamo usato queste tecniche per capire la biologia riproduttiva dei ghepardi ed abbiamo imparato per esempio che producono più del 70% di spermatozoi abnormi con ogni eiaculazione", ha detto il dottor David Wildt che domani parteciperà ad un meeting sulla fertilità. Il capo del Dipartimento delle Scienze Riproduttive allo Smithsonian National Zoological Park negli Usa ha anche detto che le orche possono essere addestrate a fornire campioni quotidiani di urina per testare i loro livelli ormonali prima dell'inseminazione artificiale. "Nel caso dei furetti dalle zampe nere, che erano sparsi per tutte le Grandi Pianure Usa e che si sono ridotti ad appena 18 esemplari, abbiamo impiegato una tecnica di inseminazione artificiale per produrre cucciolate usate per la reintroduzione di questa specie allo stato naturale", ha detto in una dichiarazione diffusa prima del meeting della Società Europea di Riproduzione ed Embriologia, quattro giorni di studi in cui si prevede la partecipazione di circa 2.000 scienziati. Anche i panda, che sono fertili solo tre giorni all'anno e difficilmente si riproducono in cattività, sono stati sottoposti a questi trattamenti. Il piano decennale per i panda giganti comprende la raccolta di sperma da quelli allo stato selvatico per innestare nuovi geni nella popolazione di panda in cattività, in modo che abbiano più cuccioli da inserire poi allo stato selvatico. Ma mentre l'inseminazione artificiale ha un ruolo importante, Willdt ritiene che la clonazione potrà far poco per conservare specie in pericolo perché è necessario mantenere una diversità genetica. Potrebbe forse salvare alcune specie vicine all'estinzione ma lo scienziato teme che questo potrebbe anche distrarre la gente dalla necessità primaria di preservare i loro habitat naturali.

martedì, giugno 29, 2004
Quando gli elefanti saltano
Che gli elefanti parlino tra di loro usando suoni noti come barriti è ben noto, ma i risultati di una ricerca portano a pensare che questi pachidermi comunichino anche attraverso onde sismiche.
I barriti che gli elefanti usano per comunicare possiedono frequenze fondamentali nel campo degli ultrasuoni, al di sotto dei 30 Hertz. Questo significa che molti dei suoni emessi non possono essere uditi dagli esseri umani, ma solo le armoniche percepite nella frequenza fondamentale.
Il gruppo di ricercatori dell'Università di Stanford, che ha studiato la propagazione delle onde prodotte da tre elefanti africani addestrati, ha dimostrato che questi suoni possono fungere anche da sorgente di onde di Rayleigh in grado di viaggiare fino a 2,2 chilometri sotto terra, in confronto ai soli 1-2 chilometri attraverso l'aria.
Ma c'è di più. Analoghe ricerche sono state condotte usando trasmettitori sismici che trasmettessero segnali di avvertimento. In questo modo, gli animali potevano percepire le vibrazioni attraverso il terreno, ma non come suono. Si è visto così che le reazioni ai segnali erano immediate e vistose. Nella realtà quindi le cariche, il calpestio e le vocalizzazioni degli elefanti sono mezzi per la produzione di onde sismiche che si propagano anche per decine di chilometri. Altri elefanti possono percepire queste vibrazioni e interpretarle come un segno della presenza di un pericolo.
Questi esperimenti indicano che gli elefanti potrebbero comunicare su distanze molto maggiori di quanto non si sia mai sospettato, e che le loro comunità potrebbero essere estremamente vaste. Inoltre, il fatto che gli animali percepiscano le onde sismiche potrebbe spiegare perché, per esempio, quando piove in una determinata regione gli elefanti che si trovano in zone asciutte si spostano. Molto probabilmente, essi percepiscono le onde sismiche generate dai tuoni e sanno quindi che l'acqua è in arrivo.
http://portale.lifegate.it
Legge antimaltrattamenti: fissata udienza discussione!
Martedì 29 Giugno 2004 la 2^ Commissione Giustizia al Senato si riunirà in sede deliberante per discutere della modifica dell'art. 727 c.p. E' fondamentale dichiarare ancora il nostro dissenso ai Senatori.
NON LASCIAMO SOLO IL SENATORE VERDE ZANCAN in Commissione Giustizia A CHIEDERE CHE VENGA MODIFICATO IL DISEGNO DI LEGGE: facciamo sapere a tutti i Senatori che siamo in molti a contestare questa legge.
E' FONDAMENTALE l'invio da parte vostra di moltissime mail, perché solo cosi' i Commissari si renderanno conto che la legge e' molto negativa e contemporaneamente il Vicepresidente Cento avrà più forza per sostenere i nostri emendamenti.
Blocco email copia-incolla
A: berlusconi_s@camera.it, bonaiuti_p@camera.it, d.nania@senato.it, f.donofrio@senato.it, g.angius@senato.it, r.schifani@senato.it, f.moro@senato.it, w.bordon@senato.it, s.boco@senato.it, l.malabarba@senato.it, m.fabris@senato.it, ant.caruso@senato.it, g.zancan@senato.it, l.borea@senato.it, f.gubetti@senato.it, m.cavallaro@senato.it, m.alberticasellati@senato.it, g.ayala@senato.it, l.bobbio@senato.it, m.brutti@senato.it, e.bucciero@senato.it, l.callegaro@senato.it, g.calvi@senato.it, l.caruso@senato.it, r.centaro@senato.it, m.cirami@senato.it, g.consolo@senato.it, f.dallachiesa@senato.it, e.fassone@senato.it, p.federici@senato.it, p.giuliano@senato.it, r.levimontalcini@senato.it,
m.magistrelli@senato.it, a.maritati@senato.it, g.ruvolo@senato.it, f.tirelli@senato.it, g.ziccone@senato.it, pecoraro_a@camera.it, clicuna@timenet.it
Testo proposto
Egregi Senatori,
il testo contro i maltrattamenti agli animali che state esaminando è stato peggiorato enormemente alla Camera; è stato contestato dalla grande maggioranza delle associazioni e dei gruppi animalisti in tutta Italia (comprese recentemente LIPU, Lega Nazionale Difesa del Cane e Animalisti Italiani) ed è stato fortemente contestato anche dai Componenti Verdi della
Commissione Giustizia alla Camera.
Ha dichiarato la LIPU «Si approvino modifiche sostanziali per migliorare la legge sul maltrattamento degli animali. L'attuale formulazione non ci soddisfa, perché priva soprattutto gli animali selvatici delle tutele offerte dall'articolo 727 del Codice penale e che senza di esse rischiano un pericoloso vuoto normativo e sanzionatorio».
Chiediamo quindi che la Vostra Commissione riapra le audizioni anche per le associazioni contrarie al testo prima di discutere la legge, riveda il testo e non decida in sede legislativa, ma permetta la discussione in aula, al fine di giungere a una normativa che - come minimo - non sia peggiorativa in nessun punto rispetto a quella attualmente vigente.
Distinti saluti.
nome, cognome e città
FERMIAMO UNA LEGGE DISASTROSA
Il disegno di legge contro i maltrattamenti agli animali è giunto alla Commissione Giustizia del Senato; il passaggio alla Camera lo ha talmente peggiorato da confermare la piena opposizione dei Verdi all'approvazione di questo testo, già da tempo contestato dalla gran parte del mondo animalista.
In particolare esso:
- LIMITA l'applicazione delle norme per i reati più gravi, nella pratica, ai soli animali da affezione, escludendo esplicitamente ogni applicazione delle sanzioni previste in materia di caccia, pesca, allevamento, trasporto, macellazione, sperimentazione scientifica (leggasi vivisezione), attività circense, giardini zoologici e in tutti i casi previsti da leggi speciali sugli animali; questo permetterà in future di aprire deroghe sempre più larghe, a mano a mano che verranno emanate "leggi speciali" ad hoc per questo o quel gruppo di pressione economico.
- UN'UNICA NORMA ancora applicabile a tutti gli animali: la detenzione in condizioni incompatibili con la loro natura, prevista già nel vecchio articolo 727, che ora però deve essere ANCHE produttiva di gravi sofferenze, vera e propria prova diabolica, CHE LA RENDERA' INAPPLICABILE nella gran parte dei casi (in questo caso, inoltre, non sono più previste né aggravanti, né la confisca degli animali come nel vecchio articolo 727 del codice penale).
- PERMETTE di autorizzare feste e manifestazioni che utilizzano animali vivi anche se queste comportano strazio o sevizie agli animali, poiché su richiesta delle regioni tali manifestazioni potranno essere escluse dalla nuova normativa per la loro importanza "storico-culturale" (in questo modo potrebbero essere legalizzate feste come la crudele corsa dei buoi di
Chieuti, palii, etc.);
- LIMITA nella pratica le possibilità di intervento delle guardie zoofile delle associazioni ai soli maltrattamenti di cani e gatti;
Per questo - una volta bocciati gli emendamenti - i Verdi alla Camera hanno votato contro il progetto di legge dichiarando fra l'altro che: "«Gli elementi negativi di questo testo sopravanzano decisamente quelli positivi, una resa agli interessi economici legati allo sfruttamento degli animali.
Infatti il testo attuale porta ad un sostanziale peggioramento della normativa per la maggior parte degli animali, con la conseguente riduzione della loro tutela, e ad una drastica riduzione delle possibilità di intervento da parte della vigilanza volontaria operata dalle associazioni"».
lunedì, giugno 28, 2004
NEUROLOGIA, CANI ANTI-EPILESSIA
I risultati dello studio è apparso sulla rivista Neurology
25 giugno 2004 - Uno studio canadese, apparso sulla rivista Neurology, afferma che alcuni cani sarebbero in grado di presentire l'avvicinarsi di un attacco epilettico in persone affette da questa malattia.
In particolare gli autori dell'articolo hanno rilevato che nove cani su sessanta, circa il quindici per cento, sembrerebbero prevedere l'insorgere di una crisi nei bambini epilettici, avvertendoli con guaiti o leccandoli.
Lo studio si presta in realtà a molte critiche riguardo alla sua affidabilità, in quanto sarebbe stato condotto semplicemente chiedendo ai parenti dei bambini epilettici, nonché proprietari dei cani, di annotare se e quando avvenivano questi presentimenti. Nonostante l'arbitrarietà del test, si evincerebbe comunque un'indicazione precisa: i cani più sensibili sarebbero capaci di prevedere l'arrivo dell'attacco epilettico anche con ore di anticipo, consentendo alle famiglie una reazione più pronta e serena.
Alcuni ipotizzano che i cani potrebbero essere in grado di rilevare dei segnali visivi e olfattivi per noi inavvertibili. Gli autori dello studio cercheranno pertanto di ripetere i risultati in un contesto scientificamente più controllato, come può essere quello di una clinica per bambini affetti da epilessia.
domenica, giugno 27, 2004
Trapianto: non alimentiamo false speranze
Il trapianto di organo non è la soluzione definitiva, come si potrebbe essere indotti a pensare. Spesso non viene detto che ogni tipo di trapianto ha una durata limitata di anni, dai dieci ai quindici anni.
All'inizio dell'impianto dell'organo, bisogna combattere il rigetto acuto, con dosi massicce di farmaci, cortisonici, ciclosporina ed altri, e questa terapia antirigetto deve essere mantenuta finchè si vive, fino a quando dopo un certo numero di anni, subentra il cosidetto rigetto cronico, contro il quale ancora non è stata trovata la soluzione.
Questa è la reale prospettiva di vita del trapiantato, il quale dopo aver preso per anni i farmaci antirigetto, arriverà al punto che questi non funzioneranno più, e dovrà morire a causa del rigetto cronico.
Non bisogna, secondo me, illudere nessuno, tacendo su quelli che sono i reali problemi di chi riceve un organo, poichè questo diventa molto più importante, quando si tratta di soggetti particolarmente giovani, come i bambini, i quali saranno ancora troppo giovani quando arriverà il rigetto cronico, e non si potrà salvarli.
Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che per salvare, con un trapianto, un soggetto gravemente malato, è necessaria la morte accidentale di un soggetto sano, e se è vero che, dobbiamo essere tutti donatori, per altruismo, è anche vero che non possiamo augurarci la morte dei donatori.
Quando i mass media riferiscono la notizia di persone in urgente attesa di trapianto, non posso fare a meno di pensare che ci si auguri che qualcuno muoia al più presto per donare gli organi.
Non credete, che in attesa che qualcuno passi a miglior vita per donare gli organi, si dovrebbe trovare una soluzione diversa dal trapianto eterologo?
E che una volta trapiantato un organo, questo dovrebbe allungarci la vita fino alla vecchiaia?
Possiamo solo sperare in ulteriori progressi della medicina, poichè il trapianto, ad oggi, non sembra la soluzione migliore nè quella definitiva.
Dott.ssa Ester Ricci
sabato, giugno 26, 2004
Un oceano di plastica
un milione di uccelli marini e oltre 100 mila tartarughe muoiono ogni anno a causa dei rifiuti non biodegradabili lasciati in mare
A quei pochi fortunati bagnanti che ancora non se ne erano accorti di persona, lo ha ricordato la Giornata Mondiale dell’Ambiente, celebrata lo scorso 5 giugno: lo stato di salute dei nostri mari non è dei migliori. Per il 2004, infatti, il World Environmental Day (Wed), istituito dall’Onu nel 1972, ha deciso di focalizzare la sua attenzione sul problema dell’inquinamento delle acque. Una giornata per pensare al “sesto continente”, promuovere l’avvio di buone pratiche nei confronti di questo ecosistema, stimolare la ricerca sugli oceani e i suoi abitanti.
D’altra parte, che ci fosse da preoccuparsi lo aveva già annunciato un articolo pubblicato poche settimane fa su “Science”. Lungo le spiagge e nelle acque che circondano la Gran Bretagna, sono stati ritrovati numerosi composti di fibre artificiali o polimeri come acrilico, poliestere e nylon. Quel che è peggio, queste sostanze sono state rinvenute persino nel plancton, i microrganismi che sono alla base della catena alimentare marina. Una squadra di ricercatori inglesi dell’Università di Plymouth ha raccolto campioni in 17 luoghi diversi. Trovando grandi percentuali di plastiche e fibre artificiali non soltanto nelle acque, ma anche nelle arenicole (i comuni vermi rossi che si trovano sulla sabbia) e nei cirripedi, una varietà di minuscoli crostacei marini.
Ma è allarmante anche il rapporto delle Nazioni Unite presentato proprio in occasione del Wed: più di un milione di uccelli marini e oltre 100 mila tartarughe muoiono ogni anno a causa dei rifiuti non biodegradabili lasciati in mare. Intere bottiglie, pezzi di polistirolo e sacchetti della spesa sono stati trovati negli stomaci di leoni marini, delfini, tartarughe. E pezzi di plastica sono stati trovati anche in esemplari di procellaria artica, una varietà di gabbiano. Pur non essendo dunque un inquinante “diretto”, nel senso che non rilascia sostanze tossiche, la plastica ha ugualmente un forte impatto ambientale proprio perché, non essendo biodegradabile, entra nella catena alimentare quando viene ingerita da uccelli o pesci di grossa taglia.
In generale, dagli anni Sessanta a oggi, la percentuale di spazzatura di plastica nei mari e negli oceani è più che triplicata. “Da una parte abbiamo i rifiuti lasciati dagli esseri umani lungo le spiagge e che poi vengono trascinati dalle correnti, dall’altra il fenomeno della risalita delle acque profonde”, spiega Antonio Pusceddu, docente di Ecologia presso l’Università delle Marche e da tempo studioso della cosiddetta “beach litter”, la spazzatura di spiaggia. “La plastica è un residuo inerte che in oceano diventa un substrato duro, cosa che permette in tempi rapidi la colonizzazione da parte di organismi incrostanti, dai batteri alle spugne e coralli”. La plastica come fonte di biodiversità? Dobbiamo insomma rivalutare la funzione dei rifiuti in mare? “A questo proposito”, continua Pusceddu, “ci sono numerose tesi. In generale bisogna dire che la plastica permette l’installarsi in un ecosistema di specie invasive che fino a quel momento non ne avevano le condizioni. Possiamo dire dunque che più che creare una biodiversità, la sposta”. I detriti di plastica libera, fluttuante, possono inoltre diventare trasportatori di specie per migliaia di chilometri. Si conoscono per esempio varietà biologiche che si sono spostate attraverso dall’Artico all’Atlantico proprio utilizzando questo nuovo vettore. “Possiamo affermare che la spazzatura umana duplica la possibilità di mobilità delle diversità ambientali”, aggiunge l’ecologo.
Nei prossimi mesi sono tante le iniziative destinate ad approfondire lo studio degli ecosistemi marini. A fine luglio si terrà a Genova il simposio europeo di biologia marina, MBES, che ogni due anni focalizza l’attenzione sulle biodiversità negli oceani e nel Mediterraneo. Benché non si abbiano dati aggiornati su quello che gli esperti definiscono “un piccolo oceano caldo”, il mare nostrum merita un’attenzione particolare per le sue caratteristiche svantaggiose: da una parte la sovrappopolazione delle sue coste, dall’altra lo sbocco di fiumi come il Po e il Reno che riversano in mare una enorme quantità di rifiuti e detriti. “Il fatto di essere semichiuso e particolarmente caldo anche ad alte profondità fa sì che si creino zone di accumulo che portano all’estinzione di specie”, spiega ancora Pusceddu. Come affrontare il problema? “La ricerca si sta spostando in questo momento sui microrganismi e batteri capaci di degradare qualsiasi tipo di organismo, compresi, in alcuni casi, gli idrocarburi”. Batteri in grado di rendere meno pericoloso il petrolio, nuovi spazzini dei mari.
Carla Frogheri
L'altra faccia della talassemia
di Letizia Gabaglio
Il fenomeno era già conosciuto, ma nessuno finora aveva pubblicato uno studio che ne dimostrasse cifre alla mano la reale consistenza. Si tratta della protezione nei confronti della forma più severa della malaria esercitata dall'alpha-talassemia, un difetto genetico dell'emoglobina, in Africa. Prima d'ora infatti l'effetto era stato osservato in Papua Nuova Guinea, ma mai nel Continente Nero. Ora un gruppo di ricercatori dell'Università Humboldt di Berlino ha dimostrato la presenza dell'effetto protettivo in un campione di bambini del Ghana. Dati che si vanno ad aggiungere a quelli già acquisiti a proposito di altri meccanismi di protezione legati a difetti genetici del sangue e che pongono diversi interrogativi. Ne abbiamo parlato con Frank P. Mockenhaupt, primo firmatario dello studio tedesco apparso su "Blood".
Professor Mockenhaupt qual è il meccanismo che permette la protezione?
"Il meccanismo è ancora sconosciuto. La nostra ricerca ha dimostrato che nonostante il tasso di e o il numero di parassiti nel sangue nei bambini malati di alpha-talassemia sia lo stesso di quelli che non hanno questo difetto genetico, i primi hanno un rischio ridotto di sviluppare la malaria in forma grave. Dal 29 al 48 per cento più basso della media. Perché questo accada però non lo sappiamo. Alcuni esperimenti in vitro mostrano che le cellule del sangue talassemiche e infettate si legano a più anticorpi rispetto a quelle infettate ma non affette da talassemia, suggerendo così che gli antigeni dei parassiti che si trovano sulla superficie dei globuli rossi infetti siano in qualche modo modificati. Forse questo porta a una risposta immunitaria più efficiente o, in alternativa, ha un effetto modificatore sulla produzione di citochine".
La protezione data dalla talassemia alpha porta a una riduzione della mortalità?
"Noi non abbiamo osservato alcun effetto protettivo in questo senso. Ma il nostro studio ha analizzato solo 2400 bambini. C'è bisogno di studi più ampi per poterlo dimostrare. Una riduzione di circa il 50 per cento nel rischio di sviluppare la malaria in forma severa comunque significa che in queste popolazioni esiste il 50 per cento in meno di rischio di contrarre una malattia che ha il 10-20 per cento di mortalità".
Che rapporto c'è fra quanto è stato osservato in Papua Nuova Guina e la situazione che avete studiato voi in Ghana?
"In Papua Nuova Guinea circa la metà delle infezioni sono causate dal Plasmodium vivax (Malaria tertiana) e dal Plasmodium falciparum (Malaria tropica). Alcuni ricercatori hanno inoltre riportato che il tasso di malaria causata dal primo parassita è maggiore nei bambini talassemici rispetto a quelli non talassemici fino a due anni di età. Essi suggeriscono che il P. vivax agisca come un vaccino naturale. In questo modello il P. vivax indurrebbe una immunità incrociata nei confronti del P. falciparum che in quei luoghi si manifesta solo in bambini più adulti. Nell'Africa occidentale il P. vivax è praticamente assente. Quindi questa spiegazione della protezione non può essere valida".
Pensa che il fenomeno sia presente anche in altre nazioni africane?
"Dal momento che l'alpha-talassemia può essere individuata solo attraverso metodi di biologia molecolare la sua distribuzione e prevalenza in Africa è conosciuta solo parzialmente. Da ciò che sappiamo finora, circa fra un terzo e la metà della popolazione dell'Africa tropicale è affetto da alpha-talassemia. Sebbene studi precedenti non abbiano individuato questo effetto di protezione pensiamo che esso sia presente anche in altre popolazioni".
Quali potrebbero essere le conseguenze della vostra scoperta?
"Al momento attuale non c'è una conseguenza pratica diretta della nostra scoperta. In ogni caso una scoperta di questo genere ha molti scopi. Prima di tutto può fornire una risposta a quanti si interrogavano sul tasso così alto di alpha-talassemia in Africa. Dai nostri risultati si può dedurre che è diffusa perché protegge dalla malaria severa. I bambini con l'alpha-talassemia hanno una maggiore probabilità di raggiungere l'età adulta e quindi di riprodursi. In questo modo la malaria ha selezionato per questo tratto protettivo. Un secondo scopo della ricerca è quello di capire i meccanismi della protezione. Il nostro studio non era disegnato appositamente ma mostra che la protezione esiste. Una volta che il meccanismo sarà compreso potrà aiutare a sviluppare nuovi strumenti contro il parassita. Dobbiamo però ammettere che questo non è stato ancora raggiunto neanche dopo anni di studio di altri fattori protettivi. In terzo luogo, l'epidemiologia della malaria e delle interazioni con tratti protettivi è molto complessa. Dal momento che certi prerequisiti epidemiologici sono necessari perché l'alpha-talassemia sia protettiva bisogna tenerne conto nell'implementazione di interventi antimalarici o nelle misure di controllo".
giovedì, giugno 24, 2004
Vitello: sappiamo davvero cosa mangiamo?
Gli italiani sono un popolo che ama mangiare. Credo che questo sia un dato di fatto, una verità più che lampante. Sulle nostre tavole ogni giorno consumiamo tantissimi alimenti e dei più diversi: la pasta, senza dubbio, i contorni, i dolci, prelibatezze più o meno varie, e in ultimo, ma non meno importante, lascio il consumo di carne.
Si sa che la carne di manzo, dopo la crisi da mucca pazza, ha diminuito di molto il suo consumo. Tante persone si sono concentrate sull'acquisto di altri tipi di carne: il pollo ad esempio, il tacchino, molti la vitella.
Ma noi, sappiamo esattamente cosa mangiamo quando acquistiamo al supermercato o dal macellaio proprio la vitella? Ve lo chiedo perché da quando ho visto con i miei occhi i sistemi di trattamento ed uccisione dei vitellini mi sono ripromessa di non toccare più un solo pezzetto di carne di vitello. Un gesto minuscolo, forse, ma utile, nel suo granello di sabbia a non incrementare, un mercato davvero atroce.
Il vitello "a carne bianca" è un sottoprodotto dell'industria lattiero-casearia. Ovvero è il riciclo di tutti i maschi e di quelle femmine inadatte a diventare mucche da latte. A volte, tra queste femmine, si contano anche quelle in surplus, quelle in esubero rispetto ai conti dell'allevamento.
Detto questo come funziona il sistema che porta alla macellazione dell'animale?
I vitelli sono tolti subito alla madre senza assumere nemmeno il colostro, il primo fondamentale latte della crescita. Vengono quindi posti in box singoli, legati alla catena, senza possibilità si muoversi e senza contatti con gli altri piccoli vitellini.
In una condizione di questo tipo, in una galera simile, sono alimentati come dei carcerati, appunto: solo alimenti liquidi a base del latte in polvere prodotto in eccesso di fatto anche delle loro madri.
La somministrazione soltanto del latte in polvere e l'impossibilità per i poveri vitellini di brucare l'erba, fa sì che non riescano a mettere in moto tre dei quattro stomaci, venendo così ridotti ad animali monogastrici e sviluppando anemia.
Non è un caso allora che l'allevamento intensivo dei vitelli è anche il settore dove avvengono i maggiori sequestri da parte dei Nas, di farmaci per malattie derivate dalla debolezza dell'animale, e anche di farmaci per il rapido accrescimento.
Ma perché - Voi vi chiederete - tutto questo? Perché sul mercato è evidentemente richiesta una carne "bianca" e tenera.
Pensate che soltanto nel 2001 sono stati macellati in Italia 1.106.522 vitelli, un numero enorme e impressionante, dal mio punto di vista.
Dal prossimo 1° gennaio però forse i vitellini potranno conservare un briciolo di dignità in più prima di morire. Infatti secondo la legge tutti gli allevamenti intensivi di vitelli dovranno passare all'allevamento in gruppo, all'interno di capannoni comunque coperti ma con la possibilità almeno di sdraiarsi e soprattutto di avere contatti fra loro…
Sarà inoltre obbligatorio somministrare anche fieno e mais.
A me è bastato vedere quello che vi ho raccontato. Ne sono rimasta scioccata.
Non pretendo da Voi una riconversione immediata ma almeno una presa di coscienza sull'argomento e soprattutto la possibilità di saper che ci si può difendere: se volete acquistare carne di vitello acquistatela di agricoltura biologica (Prestate attenzione al marchio). L'animale, in questo caso, ha diritto almeno al pascolo. Un soffio di libertà, un briciolo d'aria in più, prima di morire.
Licia Colò
mercoledì, giugno 23, 2004
Fumare accorcia la vita di 10 anni
Fumare toglie dieci anni di vita. Lo dice uno studio durato oltre 50 anni e recentemente pubblicato sul "British Medical Journal".
Dall'analisi, avviata nel 1951 su un campione di oltre 34mila soggetti nati tra il 1900 e il 1930, tutti medici di professione, si è visto come i non fumatori hanno vissuto in media dieci anni in più rispetto agli amanti della "bionda".
Ma non è tutto. I fumatori hanno mostrato poi una probabilità doppia di morire prima dei 70 anni e una probabilità tripla di non arrivare ai 90 anni.
Lo studio ha poi evidenziato come smettere di fumare abbia effetti positivi sulla salute indipendentemente dall'età in cui si fa a meno della sigaretta.
Sugli individui che avevano smesso di fumare entro i 30 anni si è notata la stessa vita media dei non fumatori.
Chi aveva smesso a 40 anni è vissuto invece in media solo un anno meno dei non fumatori.
martedì, giugno 22, 2004
A proposito di vaccini...
Ho scelto di non far vaccinare mia figlia
Avrei potuto fare un falso certificato, come molti medici fanno in Italia, invece ho preferito un'altra via. Ho chiesto alla U.S.L.(Unità Sanitaria Locale) alcune informazioni, a seguito delle quali sono stato denunciato al Tribunale dei Minori delle Marche (regione di appartenenza di mia figlia), che mi ha dato ragione, giudicandomi nel giusto a non far vaccinare mia figlia. Ecco le informazioni che ho richiesto: rispetto alla difterite, poliomielite, tetano, epatite B, quali sono le possibilità e qual è il pericolo reale che mia figlia si ammali, e se si ammalasse, quali sarebbero le conseguenze?
E poi ancora: quanti bambini dell'età di mia figlia si ammalano nel nostro Comune, nella nostra U.S.L., nella nostra Regione?
E i bambini che si ammalano guariscono o soffrono delle conseguenze? Avrei voluto avere questi dati per sapere se esistono delle prove rispetto all'efficacia e alla sicurezza dei vaccini, cioè quanti bambini sono immunizzati dopo le vaccinazioni e per quanto tempo. C'è una differenza fra vaccinazione e immunizzazione. Vaccinare significa contaminare, immunizzazione vuol dire aver creato un anticorpo contro un particolare batterio o un virus cui ci saremmo teoricamente dovuti vaccinare.
Volevo quindi sapere quante persone sono immunizzate. Ho fatto questa domanda perché non tutte le persone vaccinate vengono immunizzate (questi sono dati della medicina ufficiale).
Volevo poi sapere quali sono le ricerche e i controlli più recenti e successivi alle sperimentazioni iniziali per verificare l'efficacia e l'innocuità dei vaccini. Inoltre, quali sono le reazioni avverse ai vaccini, con quale frequenza si manifestano e quali esami sono previsti nella mia U.S.L. prima delle vaccinazioni per prevenire le reazioni avverse e quali esami successivi alle vaccinazioni sono previsti per verificare l'innocuità della vaccinazione stessa.
A queste domande non c'è stata nessuna risposta, per il semplice fatto che le vaccinazioni sono un "atto di fede". Lo è stato, un atto di fede, per fronteggiare le grandi epidemie del passato, non è mai stato controllato e nessuno ha mai pensato di verificarne la l'efficacia, la pericolosità o l'innocuità. Ho fornito inoltre notizie come per esempio che il tetano neonatale è scomparso in Italia prima dell'introduzione della vaccinazione antitetanica con la semplice adozione di opportune misure igieniche, la difterite è scomparsa da almeno dieci anni, e ancora notizie più importanti come la scoperta del Dott. Massimo Montinari dell'Università di Bari del grosso legame esistente fra gravi patologie del sistema nervoso centrale e danni al sistema immunitario e che il nostro sistema immunitario viene indebolito nelle sue funzioni da vaccini, antibiotici, antipiretici, raggi X, farmaci di sintesi, proteine e grassi di origine animali, zuccheri, additivi, conservanti, ecc.
Dove voglio arrivare con tutto questo discorso? Ricordiamoci che la vaccinazione è il cardine su cui si poggia quella che viene chiamata normalmente "medicina ufficiale". Se crolla la "fede" nelle vaccinazioni, crolla di conseguenza tutta l'impalcatura della medicina ufficiale.
Che cosa è un farmaco ?
È una sostanza chimica estranea al mio corpo che non mi fa sentire il dolore o mi allontana i sintomi.
Ma pensate veramente che un farmaco sia curativo?
Io parto dal presupposto che la salute è un dono che è dentro a tutte le persone. Noi non dobbiamo "trovare" la salute, ma casomai fare qualcosa per non farla allontanare da noi con i nostri comportamenti. Se noi lasciassimo lavorare le energie vitali del nostro corpo la salute sarebbe qualcosa di automatico. Ciò che dobbiamo fare realmente per stare bene è talmente semplice che sembra superfluo dirlo. Dobbiamo vivere in armonia con la natura, dobbiamo amare, mangiare bene, rispettare i cicli vitali, dormire, avere un lavoro soddisfacente, andare d'accordo con le persone.
Se abbiamo una malattia chiediamoci: di cosa tra queste cose elencate siamo deficitari? Dove possiamo migliorare?
Semplicemente, migliorando la nostra vita: la chiave è solo questa, anche se può sembrare banale. Io sono esperto in digiuno-terapia, che consiste nel ritrovare noi stessi facendo riposare il corpo e la mente, recuperare le nostre energie in una condizione di tranquillità. Voglio ora rispondere a una domanda che mi ha molto colpito di una signora che dice di avere il cancro pur essendo vegetariana. Certo non basta questo per non ammalarsi, ma la malattia è comunque uno stimolo di crescita, se vissuta come opportunità ci può essere utile, in caso contrario ci porta inevitabilmente alla morte.
Per concludere, vorrei sottolineare il concetto che le vaccinazioni possono essere molto pericolose perché minano il sistema immunitario e ci vogliono molti anni per riprendersi dopo la vaccinazione. Ricordiamo che il nostro sistema immunitario viene minato principalmente dalle vaccinazioni, da una scorretta alimentazione, dalle emozioni, dai farmaci, ecc.; quindi non dobbiamo meravigliarci se da adulti ci ammaliamo o ci manca la vitalità. Si parla dell'aumento della vita media delle persone: si dice che si vive di più oggi che nel passato, ma non si dice che le persone che oggi hanno raggiunto i 70-80 anni sono nate negli anni 10-20-30 ed hanno vissuto nella fame, con poca o niente carne, niente vaccinazioni, pochi farmaci; sicuramente hanno avuto uno stile di vita molto diverso da quello delle persone cresciute negli anni 60. I nostri ragazzi di oggi arriveranno a questi traguardi, visto che, attualmente, i quarantenni cominciano già ad avere problemi di salute ?
Giuseppe Cocca Medico Chirurgo e membro del Comitato Scientifico A.V.I
La Pecora Nera







