venerdì, aprile 30, 2004
Approvata dalla Commissione Affari Esteri della Camera, la Risoluzione suggerita dalla LAV contro la strage di foche, primo importante e concreto atto per salvare circa un milione di animali uccisi, solo in Canada, per il mercato italiano ed internazionale della vanità. Il Governo italiano è ora impegnato "a promuovere in tutte le sedi internazionali, e comunitarie iniziative normative dirette a vietare, come in USA e Belgio, l'utilizzo di foche o parti di foca per la produzione o il confezionamento di pelli, pellicce, capi di abbigliamento e articoli di pelletteria, oggetti, detenzione o commercializzazione, introduzione nel territorio nazionale".
Per chi avesse dei dubbi su quello che fanno a queste creature può vedere il filmato della IFAW: attenzione, poiché le immagini sono molto forti.
Approvata Risoluzione contro strage di foche
Prosegue sul web della LAV la petizione on line che chiede al nostro Governo di vietare l'importazione, la trasformazione e l'esportazione di pelli, parti o derivati di foca.
mercoledì, aprile 28, 2004
GREENPEACE SUL VOTO OGM: L’ITALIA NON ASCOLTA I CONSUMATORI
Roma, 26 Aprile 2004 - Greenpeace denuncia l’irresponsabile decisione del Consiglio dei ministri europei dell’Agricoltura, che si è tenuto oggi a Lussemburgo, che non blocca l’approvazione alla commercializzazione del mais Bt-11, una varietà geneticamente modificata dalla multinazionale svizzera Syngenta. Sebbene i ministri non abbiamo approvato il mais Ogm, la mancanza di una maggioranza qualificata lascia la decisione alla Commissione, che ne aveva già proposto la commercializzazione e sarebbe il primo Ogm autorizzato, dopo la caduta della moratoria stabilita nel 1998.
La Spagna che, nella precedente votazione di dicembre, aveva votato a favore, oggi si è astenuta, ma a sorpresa l’Italia ha votato a favore: "... Non vorremmo trovarci di fronte ad un cambio di rotta della nostra politica. Quello che è accaduto oggi è molto grave e può segnare un punto di non ritorno per la biosicurezza e la tutela dei consumatori. I cittadini non possono fare da cavie per gli esperimenti di qualche multinazionale ..." commenta Federica Ferrario, responsabile campagna Ogm di Greenpeace. L’associazione ambientalista sottolinea come i consumatori italiani ed europei abbiano già espresso la loro opposizione agli Ogm e non vogliono vedere il mais Bt 11 sugli scaffali dei supermercati.
Greenpeace critica le regole per le valutazioni sugli Ogm, che non sono migliorate dopo la creazione dell’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, ora competente in materia al posto del precedente Comitato Scientifico.
Il nuovo rapporto di Greenpeace (in inglese)
"The EFSA : Failing Consumers and the Environment”:
www.greenpeace.it/ogm
lunedì, aprile 26, 2004
Foche all'ultimo sangue
Sono oltre diecimila le mail di protesta inviate dagli italiani all'ambasciatore del Canada in Italia e al primo ministro di Ottawa contro la strage delle foche autorizzata dell'esecutivo canadese. «Il comportamento del Canada è inaccettabile – commenta Carla Rocchi, presidente di Enpa Roma - Il governo di Ottawa deve favorire la riconversione dell'economia delle popolazioni del Nord». Ieri mattina esponenti delle associazioni ambientaliste Gaia e Amici della Terra si sono dati appuntamento davanti al consolato canadese a Milano per protestare contro lo sterminio delle foche autorizzato dal governo canadese. Gli ambientalisti invocavano la fine del massacro distribuendo volantini ai passanti. Tre esponenti delle associazioni si sono incatenati all'ingresso della sede, in via Vittor Pisani. All'arrivo del Console canadese gli hanno consegnato la loro petizione e sono stati ricevuti per un confronto.
«Il console, Peter Mc Govern, ha mostrato molto interesse ai nostri argomenti - ha spiegato Camillo Piazza, uno degli ambientalisti che si erano incatenati - e ha ammesso che anche in Canada ci sono molte proteste per quanto sta accadendo».
Il nuovo piano triennale di gestione emanato lo scorso anno dal Department of fisheries and ocean del Canada, autorizza infatti l'eliminazione di 975.000 foche artiche. Un provvedimento che ne riapre la caccia dopo 25 anni di tutela. Si tratta di un vero massacro: basti pensare che, come sostengono diverse associazioni ambientaliste locali, il 43% degli esemplari viene scuoiato ancora vivo e il 97% non ha ancora superato i tre mesi di vita.
Nei giorni scorsi, per provare a fermare la caccia grossa ai cuccioli di foca, è stata chiesta da all'on. Valerio Calzolaio, assieme a una decina di deputati Ds, una risoluzione della Camera che impegna il Governo italiano a operarsi perché il Canada impedisca l'esportazione di cuccioli di foche e di loro parti. E a garantire che gli animali importati non siano cuccioli.
Gli ambientalisti chiedono che cessi il massacro, sottolineando il fatto che l'Italia è più colpevole di altri paesi, perché è uno dei principali produttori al mondo di pelli e pellicce di foca: negli ultimi 3 anni sarebbero stati importati prodotti di foca (pellicce, pelli e olio) per 2 milioni di euro. Per questo le associazioni si rivolgono anche al governo italiano affinchè vieti l'importazioni, la detenzione e la trasformazione di tutti questi prodotti.
23 Aprile 2004
Sacha Ferrarelli - http://www.lanuovaecologia.it/natura/animali
domenica, aprile 25, 2004
Gatti vegetariani
Con i gatti la questione si fa più difficile, ma non impossibile. Anche nel caso dei felini, abbiamo un modello "selvatico" a cui guardare. In America, negli anni '40, ci fu un caso clamoroso di cui parlò tutto il Paese e la stampa mondiale. Una leonessa, Little Tyke, tenuta insieme ad altri animali da una famiglia in un ranch nello stato di Washington, si rifiutò di mangiare carne.
Georges Westbeau, suo "padre putativo", racconta nel libro Little Tyke (Pacific Press Pub. Assoc., 1956) che si trattava di un animale straordinariamente mite, che viveva in pace domestica con gli erbivori del ranch. Little Tyke era anche eccezionalmente sana: uno dei più esperti curatori di zoo dell'America la visitò e la definì "il miglior esemplare della specie" che avesse mai visto. I Westbeau erano tuttavia preoccupati, perché gli scienziati ripetevano che un leone non può sopravvivere senza carne. Ma nonostante i loro prolungati sforzi, non ci fu mai modo di farne mangiare alla loro leonessa. Quando nel 1955 Tyke apparve in diretta nel programma televisivo "You Asked For It", l'America si commosse a questa moderna storia del lupo di Gubbio. Per quanto insolito sia il caso di Little Tyke, esso indica chiaramente che anche il più carnivoro degli animali può vivere bene senza carne (e addirittura preferirlo).
Ma che dire dei gatti domestici? Per molto tempo si è creduto che fosse impossibile convertire questi carnivori ad oltranza al vegetarianismo. Tuttora, molti di coloro che accettano un'alimentazione senza carne per i cani non la ritengono adatta ai gatti. In questo campo bisogna ringraziare Barbara Lynn Peden, un'americana convinta assertrice di un regime vegano per cani e gatti, che non si è data per vinta ed ha iniziato un'opera davvero pionieristica. Il libro che ha scritto, Dogs and Cats Go Vegetarian, documenta la lotta da lei intrapresa con tenacia e determinazione per risolvere il problema di trovare una dieta equilibrata per i felini domestici senza ricorrere ad alimenti di origine animale.
La sua ricerca parte dal riconoscimento che i gatti hanno effettivamente delle esigenze nutritive speciali. Innanzitutto non possono trasformare il beta-carotene, che si trova nelle piante, in vitamina A (come fanno gli umani e i cani); hanno perciò bisogno di una fonte di vitamina A pre-formata. Questo problema non ha però presentato grosse difficoltà perché, se è vero che non esiste una fonte vegetale diretta di vitamina A, è facile trovarla come integratore dietetico in pastiglie.
Più complicato è stato l'interrogativo posto dalla taurina, un ammino-acido non essenziale per gli umani, il cui organismo riesce a sintetizzarlo, ma essenziale per i gatti. Dopo mesi di ricerca e travaglio in mezzo a letteratura scientifica, conversazioni transoceaniche con biochimici e discussioni con veterinari e dietologi, l'ostinata Barbara è riuscita a reperire una fonte totalmente vegana di taurina, inizialmente in un derivato del petrolio e in seguito in una risorsa organica e rinnovabile.
Gli altri due princìpi nutritivi che hanno richiesto una speciale indagine e una serie di tentativi per prova ed errore sono stati l'acido arachidonico, un acido grasso che in genere i mammiferi (ma, ahimé, non i gatti) sintetizzano a partire dall'acido linoleico, e un altro acido grasso della serie w 3 (omega 3). Entrambi sono presenti nell'alga marina Ascophyllum.
Così, dopo che tutti gli ostacoli erano stati superati, Barbara Lynn Peden ha riunito queste sostanze in un unico integratore, a cui ha dato il nome di "Vegecat". Questo va semplicemente aggiunto al pasto del micio.
Inoltre, per rendere la cosa ancora più precisa, Barbara e il marito hanno sviluppato una serie di ricette al computer, utilizzando un modello di 47 princìpi nutritivi tratto dalle ultime conoscenze dietologiche per gatti (lo stesso è stato fatto per i cani). Sono stati scelti ingredienti comunemente reperibili, come soia, riso, nocciole, pane integrale, avena, olio, ortaggi, lievito di birra, e ne è emersa una varietà di ricette che si adattano a ogni genere di alimentazione vegetariana: latto-vegetariano, ovo-vegetariano, vegano e crudista. I princìpi nutritivi che non si potevano facilmente trovare negli alimenti stessi sono stati aggiunti all'integratore "Vegecat", di modo che adoperare quest'ultimo e seguire le ricette consigliate garantisce una dieta equilibrata e completa.
"Vegecat" non è in commercio dappertutto. In Inghilterra lo si può ordinare alla Vegan Society. Oppure si può richiedere direttamente ai produttori americani: Harbingers of a New Age, PO Box 146, Swisshome, OR 97480, USA.
I mici, come tutti sanno, tendono ad essere un po' schizzinosi in fatto di cibo, e non è facile far loro cambiare neanche la marca di scatolette. I veterinari chiamano l'attaccamento a un particolare alimento "preferenza alimentare fissa", e raccomandano un cambiamento graduale alle novità. L'ideale è aggiungere un po' del nuovo cibo a quello vecchio, e quindi aumentare la dose un tanto per volta, fino a sostituire del tutto l'uno con l'altro in un periodo di diversi giorni.
Barbara Lynn Peden ha questo consiglio da dare: "Una ricetta può essere preferita a un'altra. La nostra gatta prima mangiava abitualmente un piatto a base di lenticchie, finché non abbiamo tentato coi ceci e le sono piaciuti così tanto che da allora ha voluto solo quelli. Perciò vale la pena di provare ricette diverse fino a trovare quella che il micio preferisce".
Sebbene molti siano ancora perplessi, la teoria che i gatti, rispettando le dovute precauzioni, possono essere vegetariani viene accettata in vari testi scientifici, fra cui un rapporto recente del National Research Council degli Stati Uniti, intitolato Nutrient Requirements of Cats, che dice: "Una fonte pura di taurina può essere aggiunta a diete vegetali... Un livello di zinco molto più elevato è richiesto se si segue un regime a base di proteine vegetali".
Enza Ferreri - http://www.lintonj.freeserve.co.uk/canivegetariani.html
sabato, aprile 24, 2004
IO HO FIRMATO... E TU?

Occorrono 100.000 firme per fermare la caccia:
aiutiamo la LIPU, salviamo la natura!
Il maltrattamento invisibile
La parola “maltrattamento” suscita in noi immagini crudeli e violente: cani picchiati, trascinati da macchine, legati ai lati della strada, seviziati, ecc. In effetti queste sono vere e proprie forme di sopruso, che chiunque ami gli animali e li rispetti non può accettare. Ma questa è solo la punta dell’iceberg, ciò che tutti riescono a vedere e valutare.
Ci sono altre forme di maltrattamento, forme più difficili da vedere e da condannare.
Di queste vorrei parlare, perché sono convinta che molti di coloro che oggi partecipano a questi maltrattamenti invisibili non lo facciano volontariamente, ma solo perché non ne hanno coscienza. La riflessione su questi aspetti potrebbe portare molti di noi a lottare anche contro queste forme sottili di maltrattamento o, per lo meno, a non parteciparvi involontariamente.
Se infatti ci sono persone che vendono cani allevati al limite del maltrattamento, fiere itineranti vergognose, fabbriche di cuccioli è perché ci sono molte persone che comprano da loro, partecipando ed incoraggiando, inconsciamente, il maltrattamento.
I cuccioli
I cuccioli non hanno solo esigenze fisiche, ma anche psicologiche. I primissimi mesi di vita del cane sono i più importanti e delicati per lo sviluppo corretto del suo comportamento. Ciò che avviene nei primi 3 mesi di vita è decisivo e talvolta le conseguenze di errori in questo periodo possono essere irreversibili.
I cuccioli devono rimanere con la madre e con i fratelli almeno fino ai 2 mesi di vita, essere allevati in un ambiente stimolante e ricco, poter incontrare altri cani e persone fin dalle prime settimane.
Le prime fasi sono molto delicate perché “se l’animale non è esposto a stimoli appropriati durante questi periodi, potrà non sviluppare l’appropriato, o desiderato, repertorio comportamentale. Se non si consente ai cuccioli di confrontarsi con gli stimoli appropriati nei periodi in cui sono recettivi, i cani possono sviluppare problemi” anche irreversibili (da K. Overall, 2001).
Per questo motivo è importante conoscere le esigenze del cucciolo per prevenire future patologie. Ma questo non sempre avviene, in parte per ignoranza, ma in parte per volontà (soprattutto economica).
Allevamento ed allevatore
Oltre all’allevatore professionista chiunque possieda un cane può farlo riprodurre. Da una parte ci sono i privati, persone che non hanno interessi economici, ma che desiderano far riprodurre il proprio cane e magari regalare i cuccioli a qualche amico fidato. A volte i privati si informano seriamente di tutte le esigenze fisiche e comportamentali dei cuccioli, dimostrando veramente un grande rispetto per questi animali. Ma a talvolta questo non avviene e, senza volerlo, alcuni privati separano troppo presto o troppo tardi i cuccioli dalla madre, li lasciano troppo a lungo isolati, non forniscono ai piccoli le stimolazioni sufficienti per crescere serenamente.
I cuccioli dovrebbero essere manipolati dalle persone che li crescono fin dalla nascita e gli dovrebbe essere data la possibilità di confrontarsi con le circostanze più varie.
Fin dalle 3 settimane di vita dovrebbero essere esposti ai cani adulti, e dalle 5 settimane alle persone e, nel contempo, alle nuove situazioni. Un cane non deve essere adottato prima delle 7,5 - 8,5 settimane di vita.
Invito chi di voi si trovasse in questa situazione, ad informarsi bene prima di affrontare questo passo: solo l’informazione vi eviterà di maltrattare involontariamente queste deliziose creature.
Parlando invece di allevatori professionisti la cosa cambia radicalmente: l’ignoranza qui non è ammissibile e l’interesse economico non deve mai superare certi limiti, come purtroppo spesso accade sotto gli occhi di molti neo-proprietari ignari. E’ importante sapere come riconoscere un allevatore poco serio: se ancora è sul mercato è perché ci sono persone che comprano i cuccioli da lui.
Ci sono allevatori che separano la madre dai suoi cuccioli prestissimo, per poter ingravidare di nuovo la femmina, altri che li lasciano isolati e senza contatti, ci sono allevatori che tengono gli animali in vere e proprie situazioni di degrado, ma che ci consegnano il cucciolo lavato e profumato senza mostrarci l’allevamento ed i genitori.
Per questo è importante non fermarsi all’apparenza: chiedete in giro le referenze e soprattutto andate a visitare l’allevamento più volte, chiedendo al proprietario di mostrarvi il luogo dove tiene la cucciolata ed i genitori.
Negozi e mostre itineranti
Ci sono vere e proprie fabbriche di cuccioli in tutta Italia, cioè “negozi” che vendono decine di cani di tutte le razze, spesso li importano dall’est, sottoponendoli a terribili trasporti ed a grossi traumi, Ci sono negozi che tengono i cuccioli in vetrina per giorni, a volte settimane o mesi in maniera degradante.
Purtroppo la vista di un dolce batuffolo di pelo spesso ci colpisce tanto da non farci riflettere. Ma così incentiviamo il maltrattamento.
Credo che chiunque ami i cani, una volta messo a conoscenza di queste realtà, possa fare qualche cosa, nel suo piccolo. Il mio invito è a non lasciarsi trascinare troppo dai sentimenti quando decidete di adottare un cane, ma di fermarsi un momento a riflettere su questi aspetti per non incentivare un terribile mercato di abusi.
I cani adulti
I cani sono animali sociali, che vivono in branco, con necessità e diritti da rispettare.
Ci sono situazioni tipiche in cui questi diritti non vengono rispettati. Le più ovvie sono quelle in cui il cane viene tenuto sempre chiuso in un appartamento, o peggio, in un balcone senza praticamente uscire mai. Ma queste sono forme di maltrattamento che si vedono più chiaramente di altre.
Ad esempio molti pensano che un cane possa stare meglio in un giardino che in un appartamento, ma non sempre ciò e vero. Chi ha un grande spazio all’aperto molo spesso pensa che non sia necessario portare il cane tutti i giorni in passeggiata o che sia sufficiente lasciarlo libero nel giardino perché sia felice. Questo è maltrattamento invisibile! Il cane ha bisogno di contatti con i proprietari, di uscire a scoprire il mondo, di annusare gli odori, di incontrare propri simili e di giocare con loro. Facciamo un paragone: sarebbe come tenere una persona per 40 anni chiusa da sola in una bella stanza, senza farla uscire e senza che possa incontrare altre persone. Anche se la stanza fosse grandissima e bellissima, di certo i bisogni psicologici di confronto, discussione, scambio e curiosità per il mondo esterno non potrebbero essere soddisfatti. Si dice che una persona nata e cresciuta così potrebbe impazzire, e credo che non sia difficile crederlo.
Ci sono molti altri modi per non rispettare i bisogni del cane, ma non posso certo elencarli tutti.
La mia speranza è che ci si fermi per lo meno a riflettere, che si capisca che il cane è diverso dall’uomo, ha sue proprie esigenze e che è importante conoscerle, informarsi per poterle rispettare.
Mettersi in dubbio è già un grande passo, ma lo studio, la frequentazione di corsi di comportamento di base sono il vero punto di partenza per una convivenza nel segno del rispetto.
Dott.ssa Eleonora Mentaschi
Membro SISCA e APNEC
http://utenti.lycos.it/comportamentocane/
venerdì, aprile 23, 2004
TRA PSICOLOGIA E ANIMALISMO
di Annamaria Manzoni, psicologa, psicoterapeuta
Il comportarsi in modo fisicamente crudele con gli animali è considerato nel DSM IV, manuale diagnostico dei disturbi mentali in uso nel mondo occidentale, uno dei criteri che permettono di diagnosticare la presenza di un Disturbo della Condotta in età infantile o adolescenziale; l’avere usato crudeltà fisica agli animali, ancora nel DSM-IV, è considerato un antecedente diffuso nel Disturbo Antisociale di Personalità. Di fatto è già da alcuni decenni che gli studi psicologici hanno fatto emergere significative connessioni tra la violenza contro gli animali, agita dai bambini, e lo sviluppo contestuale o futuro di disturbi di personalità.
Ciò corrisponde per altro ad un sentire abbastanza diffuso grazie al quale molti adulti sinceramente inorridiscono davanti alle crudeltà dei bambini sugli animali, soprattutto quando queste raggiungono espressioni particolarmente sadiche ed inusuali, che travalicano atteggiamenti di violenza meno esplosiva, etichettate come “normali”.
Quindi: il sentire comune e la pratica clinica convergono nel ritenere riprovevole e indicatore di patologia il praticare crudeltà fisiche sugli animali. Ineccepibile.
Ma l’esistenza di una inconciliabile marcata contraddizione non può non emergere se si mettono a confronto queste convinzioni con la diffusa brutalità quotidianamente espressa nei confronti degli animali da quello stesso mondo adulto che contestualmente la stigmatizza con tanta decisione. Non è necessario pensare ai maltrattamenti ai limiti o fuori dalla legalità, passibili di denuncia, come i combattimenti tra cani o le corse di cavalli in situazioni estreme, e nemmeno alla caccia, che pur nella sua legittimità conserva una discutibilità fuori discussione: basta riferirsi alla nostra cultura che ammette e in tanti modi incentiva il consumo di carne e di pesce, con ciò che questo comporta: dagli allevamenti intensivi che sono veri e propri lager, alle mutilazioni inflitte ai piccoli di alcune specie, alle sofferenze collegate ai trasporti per viaggi interminabili di animali vivi, al rituale macabro delle macellazioni a catena di montaggio. Non fosse altro che per le recenti epidemie di “mucca pazza” è stato impossibile per chiunque sottrarsi allo spettacolo quotidianamente somministrato dai media di grossi animali appesi ai chiodi, tagliati, squartati, affettati; spettacolo inframezzato da immagini ante mortem dei suddetti animali, i cui faccioni miti contrastavano con la catena al collo e il cartellino di riconoscimento pinzato nelle orecchie; e poi ancora spezzoni di filmati di mucche tremebonde, incapaci di stare ritte sulle zampe per via del morbo, e poi inceneritori infiniti; a completamento di informazione, immagini di allucinanti allevamenti intensivi e di “rottamazione” di tanti animali ancora vivi, ma inservibili.
La descrizione del trattamento a cui gli animali da macello sono sottoposti sarebbe infinitamente lunga: risulta comunque egregiamente fotografata nelle parole di alcuni personaggi illustri:
Gli alimenti di origine animale costano vere e proprie ecatombe. Non penso che una persona sensibile ai problemi della sofferenza negli animali di laboratorio possa rimanere insensibile al trattamento crudele cui sono sottoposti gli animali di allevamento. Anche la pratica della macellazione risveglia un senso di ripugnanza. (Umberto Veronesi).
La vera prova morale dell’umanità è rappresentata dall’atteggiamento verso chi è sottoposto al suo dominio: gli animali. E sul rispetto nei confronti degli animali, l’umanità ha combinato una catastrofe, un disastro così grave che tutti gli altri ne scaturiscono. (Milan Kundera).
Scopo di questo articolo non è andare a elicitare una sterile indignazione, ma cercare di comprendere e interpretare una realtà apparentemente schizofrenica, la realtà di tanti milioni di persone assolutamente per bene che convivono con tranquillità con questa dolentissima sofferenza, e coniugano il biasimo per i comportamenti giudicati crudeli dei bambini con l’indifferenza verso crudeltà analoghe erette a sistema.
Una chiave per la decodificazione di questo fenomeno, tanto grande quanto mi sembra poco esplorato, può essere offerta dagli studi di A. Bandura e poi di G.V. Caprara sulle molte facce dell’aggressività, da questi autori vista nel suo aspetto intraspecifico, vale a dire all’interno della specie umana: molte delle loro osservazioni sono a mio avviso esportabili all’interpretazione di quella forma di aggressività interspecifica, che caratterizza grandissima parte del rapporto dell’uomo con gli animali.
Il concetto cardine è quello del disimpegno morale: la violenza non è solo quella che proviene dall’azione di impulsi sfuggiti al controllo della coscienza, ma è molto spesso frutto del pensiero, dell’interpretazione che si dà dei fatti; nello specifico uccidere, vivisezionare, macellare gli animali sono azioni che avvengono nell’ambito di una totale legittimazione sociale e quindi all’interno della conservazione di un positivo rapporto con la realtà circostante, rapporto che anzi maggiormente migliora nella misura in cui la propria identità viene sancita e riconosciuta. Così, per esempio, lo studente come il ricercatore che taglia, ustiona, acceca un gatto ridotto all’impotenza non vede sé stesso come un sadico nell’esercizio delle sue più esecrabili performance, ma secondo l’immagine che vede riflessa nello sguardo e nel pensiero della gente, vale a dire attraverso il suo ruolo pubblico, quello di una persona che agisce nel pieno rispetto di regole sociali e nell’interesse di tutti: pertanto, grazie ad un meccanismo di “disattivazione selettiva della coscienza”, è legittimato a non provare senso di colpa alcuno, nessuna vergogna, addirittura nessuna pena per l’animale: di lui percepisce solo l’aspetto di cavia, mentre tutte le caratteristiche di essere vivente, senziente e sofferente vengono relegate nell’area di non percezione, chiusa alla coscienza. [...]
L'articolo completo è leggibile su http://www.oltrelaspecie.org/psicologia.htm
mercoledì, aprile 21, 2004
PROGETTO DELFINO COSTIERO
Dai primi anni '90 il CTS ha avviato, in collaborazione con studiosi e ricercatori che lavorano a livello nazionale ed internazionale nel campo della cetologia, il Progetto Delfino Costiero, per lo studio e la conservazione lungo le coste della penisola italiana del tursiope (Tursiops truncatus), detto anche delfino costiero. Questa specie è protetta sia da leggi nazionali che internazionali ed è inclusa nella "Red List 2000 of Threatened Species" dell'IUCN (International Union for Conservation of Nature).
Il progetto si pone come obiettivi generali quello di verificare la consistenza numerica, la distribuzione, il comportamento, lo stato di salute di questa specie in Italia, verificando anche l'entità delle principali fonti di minaccia, tra le quali, svolgono certamente un ruolo preponderante: le attività di pesca, il traffico nautico e l'inquinamento. I risultati di questi studi concorreranno alla definizione della strategia più idonea per la conservazione di questo mammifero marino e all'individuazione di speciali zone di conservazione. Attualmente il progetto può contare su sei Stazioni di ricerca, due delle quali - Caprera e Lampedusa- sono divenute veri e propri centri di ricerca permanenti, che si collocano in aree marine a notevole valenza ecologica, a livello nazionale e internazionale, quale ad esempio il Santuario dei Cetacei. In particolare l'attività di ricerca viene svolta lungo le coste della Sardegna nelle zone dell'Area Marina Protetta di Tavolara, dei Parchi Nazionali dell'Arcipelago de La Maddalena e del Golfo di Orosei, dell'Area Marina Protetta di Capo Carbonara, nell'Arcipelago Pontino ed infine nell'istituenda Area Marina Protetta dell'Arcipelago delle Isole Pelagie (Lampedusa).
http://www.cts.it/index.cfm?module=static&page=w&s=ProgettoDelfino
AMMINISTRAZIONE SANITARIA E BIOETICA
Tempo fa, le prime pagine di tutti i giornali si sono occupate della richiesta di una donna che ha domandato ad una USL l'"autorizzazione" a praticare l'eutanasia al padre e le istruzioni per farlo, qualora la unita' sanitaria non fosse stata in grado di assisterlo adeguatamente. Noi non conosciamo approfonditamente il caso specifico di questo paziente della provincia di Teramo, e percio' non possiamo esprimere un parere sulla specifica questione, pero' questo fatto puo' darci lo spunto per una serie di riflessioni sul rapporto tra amministrazione e interventi sanitari.
Spesso ancora si ritiene che il rapporto piu' determinante, anche nell'ambito dell'organizzazione sanitaria nazionale, sia quello tra medico e paziente. Se cio' e' vero dal lato umano e sanitario in senso stretto, non e' piu' cosi', nel momento in cui il cittadino si affida alla struttura sanitaria, come avviene ad esempio nel ricovero ospedaliero, in quanto il rapporto con chi cura viene ad essere mediato da una organizzazione amministrativa.
E' l'amministrazione infatti che fornisce i luoghi, le attrezzature, i medicinali ed il personale, che da' in sostanza i mezzi con i quali ed entro i quali chi cura deve intervenire.
Ad una valutazione piu' ampia della questione possimo rilevare come il luogo fondamentale di detenzione del potere in ambito sanitario si sia spostato dalla clasica autorita' medica che ha come sua origine e leggittimazione la competenza tecnica e la fiducia del paziente, ai luoghi della gestione economica e finaziaria. I medici in qualche modo sono stati marginalizzati rispetto alle decisioni primarie e costretti a muoversi nell'ambito di una cornice definita in sede piu' politico amministrativa che sanitaria.
Il punto di applicazione delle problematiche bioetiche non va quindi posto, in questi casi, a valle, bensi' a monte, cioe' li' dove si definiscono le scelte in base a cui poi sara' possibile intervenire da un punto di vista sanitario.
Per fare un esempio che chiarisca possiamo accennare ad una classica questione bioetica, dal sapore un po' scolastico ma idonea al nostro scopo, il caso di due pazienti e di una sola apparecchiatura per mantenerli in vita. Quale dei due salvare? Lasciamo l'interrogativo in sospeso per dire che questo e' il livello squisitamente medico della questione o con un termine piu' tecnico potremmo definirlo il livello della bioetica clinica, vi e' pero' l'ulteriore livello che deve essere affrontato in situazione di non urgenza: se si evidenzia che in un certo bacino di utenza siano necessarie un certo numero di queste apparecchiature il vero problema e la principale questione bioetica non consiste certo nell'affinare i criteri di scelta tra i pazienti per vedere quale privilegiare e quale trattare in modo meno efficiente, bensi' essa consiste nel definire le idonee scelte amministrative che portino al riconoscimento del problema ed alla successiva soluzione mediante l'acquisto e la messa in opera di quelle apparecchiature che si sono rivelate necessarie.
Esistono quindi dei sottolivelli che potremmo cosi' schematizzare :
a) il riconoscimento del problema;
b) il suo inserimento in una scala di priorita' che sia costituita sulla base di una valutazione bioetica, che tenga cioe' conto di una serie di valori primi fra questi la tutela della vita del paziente e della sua qualita';
c)la soluzione delle varie questioni seguendo la scala di priorita' definita;
d) la verifica dell' efficenza dell'intervento (nel caso dell'esempio precedente non basta acquistare le apparecchiature, ma occorre far si' che esse possano essere realmente utilizzate in maniera adeguata).
Esiste quindi nell'ambito delle organizzazioni sanitarie lo spazio per un ramo amministrativo della bietica che e', a quanto ci risulta, pressocche' sconosciuto nel nostro paese, con tutti i guasti che da questo fatto derivano e che sono sotto gli occhi di tutti.
Riallacciandoci, nel concludere, al triste episodio di cronaca da cui siamo partiti vediamo come la questione non consista evidentemente nel favorire l'eutanasia, proposta che comunque ci appare avanzata essenzialmente a scopo provocatorio, bensi' nel tutelarsi dalla distanasia, termine meno noto che significa "cattiva morte".
Cattiva morte che spesso trova le radici in una gestione amministrativa lontana dalla gente e dal malato perche' non aiutata , in quanto non lo ha richiesto, da una valutazione anche bioetica delle scelte.
ANTONIO M.C. MONOPOLI
martedì, aprile 20, 2004
Si comincia ad avvertire un certo nervosismo, tra i ricercatori che si occupano di vivisezione.
Si è mosso addirittura il professor Garattini che, dalle pagine di Corsera, ha messo in guardia l'opinione pubblica sul fatto che la sperimentazione animale è purtroppo ancora oggi, come ieri e come domani indispensabile. Visto che se ne occuperà il Parlamento sospetto che Garattini abbia parlato a nuora perchè suocera intenda. Chiedo venia a Garattini se uso il termine "vivisezione" che a lui non piace perchè "automaticamente suscita visioni di orrore".
Ne sapeva qualcosa il padre della vivisezione animale, Claude Bernard, illustre fisiologo francese. Aveva inventato un forno che teneva nella sua cantina, dove bolliva cani e gatti vive per studiare le variazioni fisiologiche alle alte temperature.
Narra sua moglie che, sul letto di morte, abbia urlato per ore in preda all'ossessione di cani ustionati e che abbia intriso il letto di sudore, non per la febbre e gli spasmi preagonici, bensì per le orribili visioni dei gatti bruciacchiati che gli affollavano la mente negli ultimi istanti di lucidità. Quella stessa moglie che aprì, dopo la morte del marito, un canile dove raccolse animali randagi per tutta la vita.
E su chi mai volete sperimentare i farmaci, si chiede Garattini? Sull'uomo?
Come avremmo fatto senza l'enorme contributo di topi, e ratti, ancora oggi indispensabili per testare i farmaci destinati all'uso umano?
Avremmo fatto meno danni, caro professore e per fortuna che molti antibiotici ed altri farmaci cui lei giustamente mena gloria, non sono stati presi in considerazione quando testati sulle cavie. Gli antibiotici più usati per bambini e neonati eritromicina e macrolidi in generale) sono letali per conigli e cavie.
Se antibiotici usati a fiumi nell'uomo, come Eritromicina, Amoxicillina, Ampicillina e Clindiamicina sono estremamente tossici per le cavie, come mai sono passati all'uso sull'uomo? Risposta semplice. La sperimentazione su animali è una grande fregatura cui l'establishment scientifico ufficiale non può rinunciare, un po' perchè le tradizioni consolidate sono dure a morire, un po' perchè c'è sotto un business spaventoso.
Lasciamo pur perdere le tragedie dei focomelici causati dalla Talidomide, le migliaia di accecati e paralizzati dallo SMON (causato dal Mexaform), tutti i farmaci rigorosamente testati sugli animali. E dove sono le angiostatine di Folkman che guarivano i tumori indotti indotti nei topi al 100%.
Ma guarda che sfortuna. Passiamo all'uomo e non funzionano più.
Intanto abbiamo buttato via milioni di dollari e migliaia di cavie di cui non importa ai ricercatori un fico secco.
E il vaccino di Schenk per l'Alzheimer? Gran pubblicazione su Nature (1999). L'anticorpo libera tutti i topi dalle placche di amiloide. Siamo vicini al traguardo. Col cavolo! Nel 2001 inizia la sperimentazione sugli uomini e dopo pochi mesi si ferma tutto perchè si ammalano di encefaliti che nei topi non si sono verificate. Adesso Schenk dice che ha capito dove sta l'inghippo e ha ricominciato con i topi.
Oggi più di ieri gli animali vengono trattati in modo da evitare ogni sofferenza e stress. Scrive Garattini.
Anche i machachi di cui lei conosce certamente gli studi in corso in Italia? Anche i beagle che vanno a Monaco, presi in cura dall'LPT del dr. Leuscnher? Venga al Costanzo show (se Costanzo lo permette) con me, professore. Solo un'oretta. A me piace raccontare storie: storie vere.
tratto da http://italy.peacelink.org/animali/articles/art_3346.html
lunedì, aprile 19, 2004
CONFESSIONI... PARTICOLARI
sabato, aprile 17, 2004
GREENPEACE CONTRO LA CACCIA ALLE FOCHE IN CANADA
Roma, 14 aprile 2004 - Il Canada ha approvato il più grande massacro commerciale di foche della Groenlandia dal 1967, che porterà alla decimazione di questa specie nell’ Atlantico nord-occidentale. La quota di foche cacciabili, quasi un milione in tre anni (di cui 350.000 nel 2004), è la quota più alta mai consentita dal governo canadese. Le foche della Groenlandia, foche sellate, sono la preda principale della caccia commerciale, ma anche un piccolo numero di foche Cystophora crestata vengono cacciate ogni anno in Canada.
Greenpeace si oppone a qualunque attività umana che possa danneggiare le popolazioni di foche; si oppone alla caccia commerciale alle foche; si oppone alla caccia di ogni specie a rischio di estinzione, o le cui popolazioni sono minacciate o già decimate, o di cui non si hanno certezze su quanti individui ne rimangono.
Premi qui per esprimere il tuo dissenso a questo massacro, scrivendo direttamente al Primo Ministro del Canada.
La Pecora Nera






